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1943: LE QUATTRO GIORNATE DI NAPOLI. I CARABINIERI DELLA STAZIONE DI NAPOLI PORTO




               sistematica azione per la conquista dei principali obiettivi militari e civili della
               città.  Il  giornale  Roma annunciò che le forze germaniche avevano assunto il
               comando assoluto della città di Napoli. Le comandava il colonnello Scholl, il
               quale da parte sua si presentò con un minaccioso proclama che tra l’altro diceva:
               chiunque agisca apertamente o subdolamente contro le forze armate germaniche verrà passato per
               le armi […]. Il luogo del fatto e i dintorni immediati del nascondiglio dell’autore verranno
               distrutti e ridotti in rovine. Ogni soldato germanico ferito o trucidato verrà vendicato cento volte .
                                                                                         (3)
                    Nonostante le minacce tedesche, in brevissimo tempo l’ostilità maturata dai
               napoletani nei confronti dei nemici non tardò a tramutarsi in rivolta. Gruppi di
               patrioti si costituiscono in ogni rione della città, coagulandosi attorno ai comandi
               dell’Arma: le caserme dell’Arenella, del Vomero, dei Tribunali, del Duomo, di
               Forcella, San Giovanniello e Fuorigrotta diventarono riserve di armi e munizio-
               namenti necessari ad alimentare la guerriglia urbana. Le armi erano quelle rastrel-
               late e nascoste dagli stessi Carabinieri che si attivarono per procurarne nella mag-
               giore quantità possibile subito dopo la notizia dell’Armistizio e in netta contrap-
               posizione  agli  ordini  dei  comandi  tedeschi  che  ne  pretendevano  la  consegna.
               Riguardo a questo aspetto, il generale Caruso, attivatore della Resistenza clande-
               stina della Capitale descrisse molto dettagliatamente come in quelle circostanze
               l’Arma dei Carabinieri a Napoli si comportò eroicamente. Ma dove l’azione si manifestò
               spontanea e fattiva alle necessità della Patria, fu la disobbedienza occulta e sistematica all’ordine
               di disarmo della popolazione dato dai germanici […] capi di ogni grado e gregari dell’Arma
               si diedero, per quanto fosse possibile, alla raccolta ed all’occultamento di tutto l’armamento effi-
               ciente. Lo stesso comandante del gruppo interno diede espresso ordine ai comandanti di stazione
               di nascondere ed interrare: bombe, mitragliatrici, fucili mitragliatori e moschetti, che avrebbero
               dovuto servire alla rivolta. Ai tedeschi venivano consegnati “vecchi catenacci”: fucili ad avanca-
               rica, armi guaste, ecc. che servivano niente altro che a far numero. E quando non si poteva fare
               a meno, data la loro presenza, di far carica sui camion le armi efficienti, lasciate dai disciolti
               reparti dell’Esercito, i carabinieri di scorta, trovavano modo di rendere allegri con qualche bic-
               chierotto i conducenti e quindi indurli a gettare in mare le armi raccolte piuttosto che prendersi
               il fastidio di trasportarle. Così nel lungo mare, specie a Mergellina, furono scaricate e buttate
               in acqua, fingendo di lanciarle lontane, ma in sostanza ad uno o due metri di profondità, mol-
               tissimi fucili, che poi di notte, malgrado il coprifuoco, gli stessi carabinieri, come se fossero in
               regolare pattuglia per la città, pensavano a recuperare, a lubrificare ed a nascondere ovunque
               coadiuvati spesso da marinai. Rimane ormai acclarato che furono tutte codeste armi occultate
               che servirono ad armare la maggior parte della popolazione nei giorni di rivolta .
                                                                                (4)
               (3)   Ibidem.
               (4)   Filippo Caruso, I Carabinieri nel settembre 1943. La rivolta napoletana, in Le Fiamme d’Argento,
                    Anno XV, agosto 1970, p. 4.

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