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LIBRI




               Si racconta come il magistrato, pur nel rigore dell’applicazione della legge che il
             suo  ruolo  gli  imponeva,  soffrisse  molto  per  le  sentenze  penali  che  si  vedeva
             costretto a pronunciare nei confronti degli imputati, e che da cristiano illuminato
             dalla fede si ponesse ogni volta il problema del perdono, pregando affinché quegli
             uomini rei di avere male interpretato la libertà e di aver violato le regole si ritrovas-
             sero sulla via della conversione.
               Ma c’è un aggettivo in particolare che, sebbene risuoni poche volte, rappresenta,
             ad avviso di chi scrive, la chiave di volta del terribile e prematuro esito della sua
             breve ma intensa e straordinaria esistenza: incorruttibile.
               L’utilizzo di questo aggettivo compare persino nelle dichiarazioni dei collabora-
             tori di giustizia chiamati a testimoniare nei processi celebrati al fine di far luce sul-
             l’assassinio di Rosario Livatino, avvenuto ad Agrigento il 21 settembre del 1990 nel
             corso di un agguato mafioso per ordine di Cosa nostra.
               In queste dichiarazioni emerge la figura di un rigoroso laico cristiano che incar-
             nava in modo eroico la fede e la figura di magistrato incorruttibile e infaticabile,
             incapace per sua natura di piegarsi alle logiche mafiose del malaffare che in quel
             momento storico, tra il 1989 e il 1992, avevano reso il territorio agrigentino scena-
             rio di una sanguinosa guerra che vedeva contrapposti esponenti di Cosa nostra e
             coloro che, distaccatisi da essa, si erano posti a capo delle Stidde locali.
               Questo modo d’essere del giovane magistrato, sintesi di un perfetto equilibrio tra
             rettitudine, onestà, correttezza e vita di fede, strideva fastidiosamente - e anzi insop-
             portabilmente - con il fare mafioso che imperversava in quegli anni, travolgendo
             qualsivoglia  settore  della  vita  sociale,  soprattutto  imprenditoriale  ed  economico.
             Logiche che, al di là dell’essere illecite, apparivano ontologicamente intollerabili per
             il giudice, che grazie a un’efficace e capillare attività di contrasto aveva sin da subito
             provveduto a reprimere, limitando pesantemente gli affari del clan per effetto di
             numerosi sequestri disposti sui cospicui patrimoni a disposizione dello stesso.
               Questa figura così perfetta di uomo e di giudice, il quale aveva fatto del Vangelo
             e della Costituzione le direttrici del proprio operare e dell’esistenza stessa, era guar-
             data con disprezzo da parte degli ideatori, mandanti ed esecutori del delitto, che
             condannarono a morte “il santocchio” perché “dava fastidio”, perché quel giovane
             magistrato che si era consapevolmente posto sub tutela dei al punto da rifiutare quel-
             la delle Forze dell’ordine, avrebbe continuato per tutta la vita a esercitare la sua fun-
             zione nell’unico modo in cui sapeva farlo: incorruttibilmente.
               Appare quindi evidente come Rosario Livatino, nel suo agire ispirato sempre da
             quella fede e da quella concezione di giustizia che lo rendevano un servitore dello
             Stato  fuori  dal  comune,  fosse  disprezzato  dai  personaggi  in  forza  alle  cosche
             mafiose i cui disvalori si ponevano in assoluta antitesi rispetto al modo di operare
             e di essere del giudice Beato.
               Ancora, colpisce nel segno anche la narrazione dell’omicidio “eccellente” perpe-
             trato ai danni del magistrato, in particolare nel racconto dei concitati momenti che
             hanno immediatamente preceduto l’assassinio e il rinvenimento del suo incolpevole
             corpo martirizzato, di quel giovane viso da Gesù bambino deturpato dai proiettili.
               Nella tragicità della descrizione, l’attenzione del lettore si sposta in particolare,
             inducendo inevitabilmente a una riflessione che rimarrà nella mente nei momenti
             seguenti la narrazione, sulle parole rivolte dal giudice ai suoi sicari negli attimi pre-
             cedenti il tragico epilogo. Il magistrato, prima di essere attinto dai vili colpi mortali,
             situazione della quale si era consciamente e lucidamente reso conto al punto da
             tentare un’estrema e disperata fuga, si rivolge alle braccia armate di quel comman-
             do assassino, chiedendo: “Picciotti, cosa vi ho fatto?”.

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