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UNO SGUARDO SULL’INSTABILITÀ DEL MEDIO ORIENTE



               4.  Entra in gioco Israele
                     A complicare subito la situazione, dopo la Seconda guerra mondiale, ci fu
               appunto la nascita d’Israele. Sia ben chiaro, non si intende qui mettere in discus-
               sione  il  fondamento  giuridico-politico  di  tale  nascita,  largamente  identificabile,
               peraltro, nella tragica persecuzione degli ebrei da parte dei tedeschi, certo non
               lasciati troppo soli in Europa, in questa loro sciagurata azione. La nascita d’Israele
               non fu, secondo un’analisi riduttiva e banale, e visto che siamo a caccia d’errori,
               “l’errore di qualcuno”. Si intende qui solo prendere atto che il radicarsi di quel
               focolare nazionale - già evocato dalla dichiarazione Balfour del 1917 - eretto a stato
               ebraico nel pieno del mondo arabo, ha dato il via, dal 1948 a oggi senza sostanziali
               interruzioni, a una conflittualità che appare ben lontana da intravedere soluzioni.
                     Conflittualità ancora più marcata da quando gli Stati Uniti, dopo una certa
               esitazione durante le due amministrazioni Eisenhower (ma quello dell’equidi-
               stanza verso arabi e israeliani era il pensiero del potente segretario di Stato, John
               Foster Dulles), abbracciarono in modo palese il ruolo di difensori a oltranza
               della sopravvivenza di Israele, testa di ponte della democrazia occidentale nel-
               l’area. La presidenza Johnson, sin dagli inizi ma soprattutto attraverso l’azione
               diplomatica  condotta  nella  circostanza  della  guerra  dei  sei  giorni  nel  1967  -
               azione peraltro attenuata dai concomitanti pesanti sviluppi in Vietnam - può
               forse essere considerata il momento della svolta, in senso indiscutibilmente filo-
               israeliano. “Gli Stati Uniti appoggiano fermamente Israele in tutte le questioni
               concernenti i suoi vitali interessi di sicurezza”, disse Johnson al premier israe-
               liano Levi Eshkol nel giugno del 1964 . Se i rapporti con gli stati arabi della
                                                     (7)
               regione si sono ovviamente rivelati difficili e latori di instabilità, progressi sono
               tuttavia riscontrabili: si pensi alla pace fra Israele e l’Egitto, la Giordania e, di
               recente, con gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein. Ancora senza sbocchi la que-
               stione  interna  della  convivenza  con  le  popolazioni  palestinesi,  che  rientra  a
               buon titolo fra i rischi esplosivi più elevati dell’area, poiché ampiamente stru-
               mentalizzata dai diretti protagonisti e da tutti gli interlocutori internazionali.


               5.  La guerra fredda travisata
                     Dopo la seconda guerra mondiale, i vincitori che ebbero l’enorme respon-
               sabilità di influire sui nuovi equilibri internazionali, nel Vicino Oriente operaro-
               no in modo poco avveduto. Pur vincitori, i sovietici non ebbero reale influenza
               sull’area,  che  passò  dal  predominio  britannico  e,  in  misura  minore,  della
               Francia, alla superpotenza statunitense.

               (7)   V., OREN, pag. 40.

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