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TRIBUNA DI STORIA MILITARE



             SOMMARIO: 1. Le guerre dopo la Grande Guerra. - 2. «La tradotta che parte…». - 3. «Le
                       bon Dieu n’en avait que dix!».


             1. Le guerre dopo la Grande Guerra
                  La conclusione della Grande Guerra non aveva portato la pace. Dalla peni-
             sola anatolica al Caucaso, dai Balcani al Baltico, l’elenco dei focolai di violenza
             che avevano all’improvviso iniziato a bruciare era impressionante. Altri ancora
             parevano sul punto di incendiarsi, se non si fosse trovata rapidamente una solu-
             zione diplomatica. Laddove la possibilità di pacificare definitivamente l’Europa
             Orientale  era  soggetta  alla  pesante  ipoteca  rappresentata  dalla  Guerra  civile
             russa . Chi, terminate le ostilità, aveva preconizzato il rapido rientro negli accan-
                 (1)
             tonamenti,  il  ritorno  alla  rassicurante  monotonia  delle  corvée quotidiane e dei
             rituali della vita di guarnigione, era destinato ad essere subito smentito. Il quadro
             geopolitico era decisamente preoccupante: occorreva un intervento diretto delle
             Potenze alleate rivolto a stabilizzare i differenti teatri. Non si trattava, però, di
             una scelta facile da prendere. In primo luogo erano necessari assetti adeguati alle
             esigenze operative: si trattava di una esigenza tutt’altro che facile da soddisfare
             nel quadro della smobilitazione delle Forze armate e della riduzione delle spese
             belliche successive all’Armistizio. Ma prima ancora che militare il problema era
             politico: il sostegno dell’opinione pubblica era tutt’altro che scontato. Sul piatto
             della bilancia pesavano gli spaventosi lutti della Grande Guerra. Come poter giu-
             stificare allora l’invio di reparti militari in teatri spesso remoti e sovente altamen-
             te conflittuali? Il rischio, assolutamente inaccettabile per le cancellerie dell’Intesa,
             era quello dover aggiungere nuovi nomi sulle lapidi dei monumenti ai caduti.
                  Allo stesso tempo, anche il quadro normativo risultava per lo meno opaco.
             Certo, la prassi degli interventi umanitari non era nuova. Il principio di non
             ingerenza nella sfera domestica consolidatosi nei decenni successivi alla Pace di
             Vestfalia aveva già subito un duro colpo con la nascita della Santa Alleanza.
             Ambiguamente sospeso tra salvaguardia del legittimismo dinastico, promozione
             della hegemonic stability e tutela della pace, il Trattato di Alleanza stipulato a Parigi
             il  20  novembre  1815  all’art.  6  prevedeva  che  le  Potenze  promotrici  la
             Quadruplice Alleanza adottassero congiuntamente «le misure più salutari per la
             tranquillità e la prosperità dei popoli e il mantenimento della pace fra gli Stati» .
                                                                                       (2)
             (1)  Per uno sguardo di insieme cfr. da ultimo cfr. Robert GERWARTH, The Vanquished: Why the
                  First World War Failed to End, 1917-1923, London, Allen Lane, 2016, trad. it., La rabbia dei vinti.
                  La guerra dopo la guerra 1917-1923, Roma-Bari, Laterza, 2017.
             (2)  Il testo citato è in Danilo ZOLO, Cosmopolis: la prospettiva del governo mondiale, Milano, Feltrinelli,
                  1995, p. 23, cui si rinvia anche per una interpretazione delle vicende della Santa Alleanza
                  informata alla filosofia del diritto internazionale.

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