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CONFERENZE




             1797 il Congresso della Repubblica Cispadana deliberò di adottarlo ufficialmen-
             te; quando l’11 maggio 1798 il Gran Consiglio della Repubblica Cisalpina decise
             la definitiva adozione della foggia a tre bande non più orizzontali, ma verticali.
             Ed è sempre la libertà d’Italia che venne alla ribalta nel 1848, con l’incredibile
             decisione di Carlo Alberto di Savoia di dare alle truppe chiamate a liberare il
             lombardo-veneto proprio il tricolore come bandiera. Vale la pena di ricordare
             la vicenda: lo Statuto albertino era stato appena promulgato e, all’art. 77, dispo-
             neva che “Lo Stato conserva la sua bandiera [quella azzurra con riquadro rosso
             e  crociatura  in  alto  a  sinistra],  e  la  coccarda  azzurra  è  la  sola  nazionale”.
             Inopinatamente, però, pochi giorni dopo, il 23 marzo, il Re, nel proclama che
             dava inizio alla Prima Guerra di indipendenza, dichiarava che “per viemmeglio
             dimostrare con segni esteriori il sentimento dell’unione italiana, vogliamo che le
             Nostre truppe, entrando sul territorio della Lombardia e della Venezia, portino
             lo scudo di Savoia sovrapposto alla Bandiera tricolore italiana”.
                  Il tricolore non era la bandiera della monarchia, ma la bandiera d’Italia, la
             bandiera della sua indipendenza e della sua libertà.
                  Carico com’era di storia, il tricolore non poteva non essere la bandiera
             della nuova Italia repubblicana e fatalmente i Costituenti lo scelsero. E lo fecero
             rapidamente, perché di dubbi, su questo punto, non ce n’erano proprio. La rapi-
             dità della discussione alla Costituente è stata scambiata per disattenzione nei
             confronti dei simboli politici, che, invece, specie in una democrazia pluralistica
             sono fondamentali strumenti di costruzione di un sentimento di comune iden-
             tità. Non è, però, così. Quando quello che poi sarebbe divenuto l’art. 12 fu
             votato,  nella  sua  versione  ormai  definitiva,  il  resoconto  della  seduta  (del  24
             marzo 1947) ricorda che “L’Assemblea e il pubblico delle tribune si leva[ro]no
             in piedi - Vivissimi, generali, prolungati applausi”. I Costituenti, dunque, non
             erano affatto inconsapevoli dell’importanza dei simboli costituzionali e la rea-
             zione all’approvazione del testo lo testimonia: che il pubblico e l’aula si alzasse-
             ro in piedi per l’approvazione di una norma costituzionale, manifestando un
             “prolungato” e “vivissimo” consenso, non era certo cosa di tutti i giorni.
                  Un simbolo, dunque, anzi il simbolo più importante e visibile, che (al con-
             trario  dell’inno,  che  ascoltiamo  solo  in  occasioni  particolari)  è  regolarmente
             presente nella nostra vita quotidiana. Il simbolo di una storia comune e della
             necessità di rafforzare la nostra unità politica nazionale, che è sempre stata più
             faticosa di quella di tanti altri Paesi e che dunque ha bisogno di essere continua-
             mente alimentata e rinnovata. Questo pensavano i Costituenti. Questo, per chi
             sa leggerle, è scritto nelle poche parole dell’articolo 12 della Costituzione.



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