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LA REALE GENDARMERIA ITALIANA 1801-1814


             “legioni” e ne aggiunse una terza con sede a Treviso e giurisdizione sul Veneto,
             il cui comando fu dato al caposquadrone Scotti, promosso colonnello. Gli altri
             due  colonnelli  furono  confermati,  scambiandone  però  i  comandi:  Piella  fu
             infatti  trasferito  da  Bergamo  a  Bologna  (2 legione)  e  Zanini  da  Bologna  a
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             Milano (1 legione). La giurisdizione degli squadroni (1° Bergamo, 2° Cremona,
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             3° Reggio, 4° Forlì, 5° Verona, 6° Udine) non coincideva con quella delle 6 divi-
             sioni militari (1 Milano, 2 Brescia, 3 Mantova, 4 Bologna, 5 Ancona e 6    a
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             Venezia).
                  A  seguito  dell’annessione  delle  Marche,  il  decreto  del  2  agosto  1808
             aumentò l’organico a 1.912 (102 ufficiali), le brigate a 294 (151 a cavallo e 143
             a piedi) e le compagnie a 22, suddivise in luogotenenze in proporzione al nume-
             ro delle brigate. Il decreto consentiva inoltre di cumulare l’incarico di quartier-
             mastro con il comando di luogotenenza, concedeva a metà dei capitani e dei
             tenenti, in base all’anzianità, il trattamento di 1 classe e stabiliva, per economia,
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             che i 2/5 dei gendarmi a cavallo facessero servizio smontati. Infine triplicava a
             £. 15mila l’assegno per le spese d’ufficio dell’ispezione generale del corpo e isti-
             tuiva lo SM, con un ufficiale superiore capo e due inferiori (capitano e tenente)
             come “aggiunti”.


             g. La crisi del 1809


                  Il 1° gennaio 1809 la gendarmeria contava 1.575 effettivi, incluso il depo-
             sito  d’istruzione  e  un  distaccamento  di  polizia  al  Campo  di  istruzione  di
             Montechiari (Brescia). Nonostante l’esiguità dei numeri, fino ad allora l’Arma
             era stata in grado di mantenere il controllo del territorio, perché le bande di
             malviventi e disertori erano localizzate e potevano essere affrontate con forze
             di modesta entità, riunendo qualche brigata di gendarmi rinforzate da squadri-
             glie di finanza e picchetti di guardia nazionale o di linea. Il rapporto di forze
             mutò invece nel 1809, prima per la strategia indiretta dell’Austria tesa a trasfor-
             mare il brigantaggio nel volano dell’insurrezione antinapoleonica, poi per l’im-
             provvido decreto del 27 marzo sui dazi di consumo che innescò la rivolta popo-
             lare estendendola anche alle pianure venete e transpadane e infine per l’esempio
             e le incursioni della resistenza tirolese.

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