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clandestini, mai censiti e non collegati ad alcuna rete  per cui delle giocate effettuate  non

            rimaneva alcuna traccia .
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                  Un’altra metodologia ancora più  complessa è quella delle frodi informatiche realizzate

            attraverso la manomissione fraudolenta di slot machine e videopoker per mezzo di un congegno

            denominato  ‘abbattitore’, ovvero di una doppia scheda. Questo apparecchio elettronico si

            interpone tra la scheda di gioco originale omologata ed il connettore che veicola i dati di gioco
            al Monopolio, in maniera tale da interferire nel collegamento telematico tra l’apparecchio e la

            concessionaria, al fine di modificare il flusso di dati. In altre parole, la macchinetta veniva dotata

            di  una  scheda  aggiuntiva,  che  riproduceva  il  gioco  delle  slot  machine,  attivata  attraverso  un

            telecomando a distanza (utilizzato dai titolari degli esercizi), ovvero tramite wifi dall’esterno della
            sala. Si crea così una  vera e propria rete parallela di gioco rispetto a quella controllata dai

            Monopoli, con evidenti vantaggi economici oltre che fiscali per i gestori delle apparecchiature e

            delle sale giochi.
                  Altro caso di frode emerso, legato alle macchinette, è quello relativo al versamento del

            prelievo erariale. In buona sostanza, gli incassi vengono occultati falsificando i dati comunicati

            all’ADM. Questo perché all’interno delle slot machines era stato installato un chip che filtrava il

            contatore degli incassi dell’apparecchio, inviando dati ribassati in media dell’80 per cento . Il
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            tutto senza considerare che talvolta la criminalità organizzata, con la forza dell’intimidazione,
            costringe gli esercenti a noleggiare apparecchi di aziende non autorizzate, facilitando pertanto la

            diffusione di slot, VLT o simili, illegali . In altri casi ancora gli apparecchi venivano alterati nel
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            sistema  di  gioco  in  maniera  tale  da  abbassare  significativamente  la  percentuale  di  payout  e
            dunque le probabilità di vincita del giocatore, aumentando così la rimuneratività anche sotto

            questo profilo dell’utilizzo illecito.

                  Concludendo  con la  “legalizzazione”  degli  apparecchi da intrattenimento nel 2002,

            corredata da una incapacità regolativa dello Stato e dall’assenza di controlli sistematici, si è


            266   Queste modalità sono emerse dalle indagini della DDA di Milano nei confronti del clan Lampada-Valle di
               Reggio Calabria, operanti nel settore degli apparecchi da intrattenimento attraverso il distacco  delle
               macchinette dalla rete e la clonazione delle schede. I Lampada nel giro di pochi anni avevano rilavato ben 44
               bar, molti dei quali nel centro di Milano, triplicato il numero di apparecchi installati (circa  trecento) e
               guadagnato dalla  gestione  di questi ultimi in soli due anni ben  venti  milioni di euro.  I lampada inoltre
               intrattenevano rapporti poco cristallini con una concessionaria alla quale fornivano ingenti pagamenti in nero,
               comprensivi delle quote di spettanza di ADM, al fine di non far rilevare l’illecita gestione delle società del
               gruppo.
            267   Le  slot machine  pur  risultando regolarmente collegate alla rete telematica dell’ADM, mediante la collusione
               perlopiù di funzionari corrotti, vengono alterate in maniera sistematica al fine di trasmettere solo parzialmente
               i dati relativi alle giocate.
            268   È ciò che è emerso dal procedimento della DDA Napoli denominato operazione “Rischiatutto” sull’interesse
               del clan dei casalesi nel comparto dei giochi pubblici.

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