Page 13 - Quaderno 2017-5
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L’identificazione geografica, dunque, è legata non solo all’origine del prodotto, ma
anche al processo di trasformazione e a un know how che rappresenta una tradizione
consolidata combinata con una specificità tecnologica “locale”.

      L’ampiezza e le caratteristiche del made in Italy dipendono, quindi, da dove viene
posto il limite di elementi quali il livello di trasformazione e il grado di dipendenza dalla
materia prima non locale.

      Il modo più semplice e “intuitivo” di definire il made in Italy agroalimentare è il
diretto richiamo, come si accennava prima, all’italianità del prodotto. Secondo tale
definizione, il made in Italy è composto da «tutti quei prodotti in grado di richiamare il
concetto di italianità, indipendentemente dal fatto di essere o non essere prodotti di
esportazione netta per il nostro Paese». A questa definizione si possono ascrivere sia
prodotti a saldo normalizzato positivo, sia prodotti che, pur avendo un saldo negativo o
oscillante, evocano la tipicità italiana (come, ad esempio, alcune categorie di olio di oliva o
di formaggi)1. A loro volta, questi prodotti possono essere distinti in funzione del grado di
trasformazione:

      - “tal quale” (prodotti freschi, come ad esempio la frutta e gli ortaggi);
      - primi trasformati, cioè prodotti il cui grado di trasformazione è relativamente

         basso e spesso il processo di trasformazione avviene ancora in fase agricola (tra
         questi, ad esempio, rientra il vino);
      - secondi trasformati, cioè prodotti ad un più spinto grado di trasformazione, che
         usano primi trasformati come input per un secondo processo di trasformazione
         (ad esempio la pasta, che utilizza la semola).
      Un chiaro vantaggio di questa classificazione è l’immediatezza ma anche il fatto che,
non tenendo conto dal saldo delle singole voci, comprende nel made in Italy anche prodotti
che, pur essendo deficitari in termini di bilancia commerciale, mostrano grande
riconoscibilità all’estero come prodotti italiani.
      Naturalmente, il principale limite sta nel fatto che si tengono insieme voci con saldo
commerciale stabilmente e nettamente positivo con altre il cui saldo mostra segno
negativo.
      Partendo da questa definizione, che rappresenta la maglia più ampia, si può
progressivamente restringere il campo del made in Italy agroalimentare.

1 FEDERALIMENTARE, Cibo italiano, tra imitazione e contraffazione, Roma, 2003.

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