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dimostrano che le vittime possono essere traumatizzate sia indirettamente che
direttamente dal fatto, dall’altro si può affermare che in esse non viene indagata
adeguatamente l’origine dei sintomi da stress, i quali sperimentano altri eventi
traumatici nella loro vita, rendendo così questi soggetti più vulnerabili al mobbing.
Oltre a queste ipotesi, la ricerca recentemente si è espressa verso l’attenzione
ad un altro aspetto: i fattori ambientali e familiari culturalmente determinanti sono
estremamente rilevanti nelle diagnosi di DPTS, poiché il disturbo riflette l’ambiente
socio-culturale in cui si manifesta. Il DPTS, rispetto agli altri sintomi descritti dal
DSM, distoglie l’attenzione del clinico dalla malattia mentale di per sé per spostarla
sull’esperienza e sul significato che la persona ha assegnato all’evento stressante149;
esso richiede di concentrarsi sulla storia di vita dell’individuo in iterazione con altri
individui all’interno del proprio contesto sociale e culturale. È un riscontro positivo
in questo ambito, che può tamponare gli effetti negativi degli eventi stressanti.
I rapporti interpersonali conflittuali possono produrre disturbi della mente,
ovvero danni di carattere esistenziale alla mente intesa in senso extra-cerebrale,
perché la vita psichica di un individuo non rappresenta soltanto un processo interno.
L’essere umano, in quanto sistema aperto, fruisce di uno scambio di informazioni
con l’esterno e, se si vuole valutarne propriamente il comportamento, non può
essere quindi separato dal suo contesto costituito, in particolare, dai suoi rapporti
interpersonali. Solo considerando il sistema nella sua totalità, cioè interna
all’individuo, e contestuale, ci si può rendere conto di cosa sia la mente, che viene di
solito erroneamente collegata al concetto di cervello. Il soggetto, ad eccezione delle
situazioni in cui interagisce all’interno della relazione patologica, appare e si
comporta ed è del tutto sano. È nel modo in cui due o più persone interagiscono fra
di loro a scatenare l’esplosione aggressiva. Secondo alcuni psicologici del lavoro,
come Ege, il mobbing non causa una patologia nelle singole relazioni tra mobber o
vittima, e nemmeno di tutto l’insieme di tali relazioni, bensì all’interno del gruppo
lavorativo. Il gruppo costituisce un’entità dotata di una propria psicologia, che non è
la semplice somma delle singole psicologie, ha una propria identità e vita psichica e
che segue delle tappe di sviluppo influenzando i componenti del gruppo.
149 G. GULLOTTA, Il vero e il falso mobbing, Giuffré, 2007.
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