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Gli studi successivi hanno permesso di frammentare e analizzare secondo
diverse letture il fenomeno differenziandolo dalle altre azioni persecutorie e
definendo i parametri per rilevarlo.
Un altro importantissimo autore, studioso e sviluppatore del modello di
mobbing italiano, è Harald Ege che, nel 1997, definiva il mobbing come una forma di
terrore psicologico sul posto di lavoro, esercitata attraverso comportamenti aggressivi e vessatori
ripetuti, da parte di colleghi o superiori5. La vittima di queste persecuzioni viene
emarginata, calunniata, criticata, viene spostata da un ufficio all’altro e, spesso, le
vengono affidati compiti dequalificanti. Lo scopo di tali comportamenti è sempre
distruttivo e mira ad eliminare una persona divenuta in qualche modo “scomoda”,
inducendola alle dimissioni volontarie o provocandone un motivato licenziamento.
I principi ed i parametri per il riconoscimento di tali condotte sono stati
cristallizzati dalla giurisprudenza solo di recente, con la sentenza della Corte di
Cassazione, Sezione Lavoro, n. 10037 del 15 maggio 2015.
Il mobbing ha conosciuto un’importante evoluzione poiché, racchiudendo in
sé numerosi comportamenti, si rivela particolarmente ricco di significato. Le
condotte che vi sono ricomprese risultano essere molto diverse tra loro: angherie,
vessazioni, dequalificazione professionale, umiliazioni, insulti, maldicenze, fino ad
arrivare a vere e proprie aggressioni fisiche e a violenze sessuali.
Si può affermare con sicurezza che meccanismi di violenza psicologica nella
società si sono sempre avuti: all’interno dei nuclei familiari, della scuola, dei gruppi
amicali, nell’ambiente lavorativo ecc. In questa sede verranno trattate le condotte in
ambito lavorativo, cioè quei comportamenti vessatori che si sviluppano nel luogo di
lavoro per condizionare e determinare la performance produttiva umana. Queste
hanno ottenuto l’interesse dell’opinione pubblica solo sul finire del millennio scorso,
divenendo oggi, oggetto di studio sistematico. Fino a trenta anni fa le azioni
persecutorie sul lavoro erano considerate un problema personale, dipendente dalle
caratteristiche individuali dei lavoratori, i quali erano ritenuti capaci o meno di
stabilire relazioni interpersonali positive. Veniva trascurato da tutti, compresi coloro
che lo pativano e che lo consideravano come un dato strutturale del lavoro; le cui
ripercussioni venivano vissute con vergogna e sofferenza, nella riservatezza del
proprio posto di lavoro.
5 H. EGE, Il Mobbing in Italia, Pitagora Editrice Bologna, 1997
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