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naturali che riguardano l’intero organismo. Da questo presupposto si
deduce il motivo dell’importanza attribuita alla fase della sintesi, in
cui è effettuato un controllo generale che permette di identificare ogni
indizio diagnostico. Questo momento si estrinseca nell’osservazione
dei sintomi della malattia, che saranno registrati e rielaborati al fine di
giungere ad una corretta diagnosi. Alla scuola ippocratica si deve
anche un nuovo concetto di malattia, che nasce da una particolare
visione, detta “umorale”, secondo la quale in ogni individuo si
individuano quattro umori: sangue, flegma, bile gialle e bile nera.
Ogni umore è contenuto nel corpo in una data quantità e proporzione,
ed è proprio questo perfetto bilanciamento che garantisce un buono
stato di salute. Ogni alterazione comporta la malattia e perciò le cause
possono derivare sia da fattori interni sia esterni, cioè quelli
ambientali. Obiettivo del medico è proprio quello del mantenimento o
ripristino delle proporzioni, attraverso l’eliminazione dell’umore in
eccesso.
Nel III sec. a.C., a Roma, si diffuse invece un tipo di medicina di tipo
empirico, che spettava all’autorità del pater familias e che si fondava
sulla trasmissione dell’esperienza e delle usanze degli antichi.
La situazione cambiò a seguito dell’influenza greca, che prevedeva la
figura professionale del medico, novità questa che fu difficile da
inserire nell’impianto tradizionalista romano.
Inizialmente accolti con poco favore, successivamente i medici
provenienti dalla Grecia furono apprezzati per le loro competenze ed
ospitati a casa di nobili e consoli. La loro vera e proprio affermazione
avvenne nel 46 a.C. quando Giulio Cesare concesse loro la
cittadinanza romana. Tra questi merita particolare citazione la figura
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