Page 28 - Forestale N. 67 marzo - aprile 2012
P. 28
© Ufficio Stampa CfS
I due prelevano i cavalli dalla stalla. Gli puliscono brano intrecciare i loro rami in una volta gotica.
il manto con dure spazzole, e gli mettono sul I cavalli scendono di traverso nel fosso scolma-
dorso la sella viterbese, ampia e comoda, che ci si tore a fianco della strada, come fanno ormai da
può quasi sdraiare. Poi, appena un po’ più vestiti qualche centinaio di anni, e risalgono sull’argine
del normale, col bavero della giacca alzato a opposto, senza che i cavalieri tirino una briglia.
coprire la bocca, si inoltrano pei campi spruzzati Questa razza rustica, come tutto quello che cre-
di neve, ma ancora fangosi, per gli impaludamen- sce qui, sperimenta prima il territorio e poi la
ti dell’autunno trascorso. Lorenzo ammira, ormai doma. Potresti addormentarti in groppa e lasciar-
nel chiarore di un’aurora che lascia prevedere un ti portare. Potessero capire quello che dici,
cielo limpido, i vasti pascoli e l’erba bassa, le geo- basterebbe sussurrargli in un orecchio la méta,
metrie dei recinti, i pioppi e i salici bianchi, che loro infatti conoscono benissimo, meglio del
qui chiamano vetrici, lungo le sponde del fiume. cavaliere, la strada migliore che un cavallo possa
C’è quel pittore famoso, ma ora non si ricorda il percorrere per arrivare. Questi acquitrini infesta-
nome, che ha dipinto questi campi gialli di afa ti, dalla malaria degli uomini e dei cavalli, che i
estiva, coi buoi stanchi davanti all’aratro, e il con- veterinari chiamano piroplasmosi, hanno seleziona-
tadino che si riposa alla parsimoniosa ombra di to gli individui più duri e resistenti, fino a renderli
un albero mezzo secco e contorto, forse un pino. immuni alla malattia. Tutte le altre razze equine,
portate qui, si ammalano.
I profumi della macchia I due cavalieri continuano per le strade che entra-
Per un attimo, al pensiero, gli sembra di respirare no nella pineta. I cancelli dei recinti sono aperti e
l’odore forte delle ceppiche, le inule dai fiori gialli e chiusi col bastone del buttero, l’uncino, che ha un
dalle foglie appiccicose, che crescono tenaci negli gancio nella parte superiore e una forcella in quel-
umidi solchi di scolo di questi pascoli, e che d’esta- la inferiore. Questo strumento è come una terza
te, con la brezza salmastra di mare in faccia, ti mano, e sarebbe impensabile, per un buttero,
fanno capire che sei in Maremma, e in nessun altro lavorare senza. Lorenzo, che ancora buttero non
posto. è, e che forse, se dimostrerà stoffa, lo diverrà, per
I campi finiscono su una strada dritta e un po’ ora usa un uncino di marruca. Col tempo, potrà
malandata, accompagnata da un bel filare doppio procurarsene uno di crògnolo, quell’alberello che
di pini, le cui ampie chiome ad ombrello sem- ama crescere lungo i corsi d’acqua, e si abbellisce,
30 - Il Forestale n. 67

