Page 161 - SilvaeAnno03n07-005-005-Sommario-pagg.004.qxp
P. 161
Cura di sé e protezione ambientale nel pensiero di Henry David Thoreau
porre il dualismo. L’epoca moderna ha probabilmente allargato la so-
glia tra naturale e culturale, ed il divario è divenuto ancor più netto con
l’avvento della società mercantile. Alla disamina di Thoreau è sotteso
un modo d’intendere il rapporto wilderness-civilisation che vuole esser di-
verso da quello storicamente intrapreso dalla tecnica ed infine dall’eco-
nomia mercantile, processo che ha delle contraddizioni implicite chiari-
te solo nel secolo scorso dal filosofo Martin Heidegger (1889-1976), il
maestro di grandi pensatori ambientali quali Günter Anders o Hans
Jonas. Secondo la riflessione heideggeriana, l’essenza della tecnica mo-
derna, incarnata tra i molti da Cartesio, Bacone, Galilei, è volta finalisti-
camente verso l’utilizzazione delle scienze esatte, si risolve in una forza-
tura e provocazione la quale pretende dalla natura che essa fornisca
energia, che questa possa essere fruibile, utilizzabile e trasformabile in
ricchezza. Ad esempio una determinata regione è provocata a fornire
13
all’attività estrattiva carbone e minerali; in questa maniera la terra si di-
svela come bacino carbonifero, ed il suolo soltanto come riserva di mi-
nerali. In modo diverso appare il terreno che un tempo il contadino
coltivava, quando coltivare voleva ancora dire accudire e curare.
L’opera del contadino non cagionava la terra del campo, mentre l’agri-
coltura è diventata industria meccanizzata dall’alimentazione ed il no-
stro «richiedere», che «provoca le energie della natura, osserva
Heidegger, è un promuovere orientato a spingere avanti qualcosa verso
la massima utilizzazione con il minimo costo». 14
L’assonanza tra la critica heideggeriana e le espressioni usate da
Thoreau, è singolare. Di fronte allo spettacolo delle foreste del Maine,
Thoreau aveva annotato che «siano così rari coloro che si addentrano
nei boschi per osservare come il pino vive e cresce e si allunga a spirale,
protendendo alla luce i suoi rami sempreverdi», che dunque non fre-
quentano il bosco per fini che non siano economici; la situazione «nor-
male» era invece rappresentata da coloro che si accontentano di ammi-
rare il pino «sotto forma di grandi tavole comprate al mercato, e riten-
gono che quella sia la cosa giusta da fare! Ma il pino, come l’uomo, non
è soltanto legname, ed essere trasformato in tavole e case non è il suo
Anno
scopo più autentico ed elevato, così come non è lo scopo più autentico
di un uomo essere ucciso e trasformato in concime». La sua critica
III
15
-
n.
7
168 SILVÆ

