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Caccia di selezione in Italia e gestione della fauna selvatica nei parchi nazionali


                  L’uccisione di un capriolo desta sempre nell’opinione pubblica un
               sentimento di dissenso e contrarietà, in quanto questo ungulato viene
               istintivamente associato all’infanzia e suscita in ognuno di noi forti
               emozioni dovuti all’eleganza dei suoi movimenti e alla bellezza del suo
               portamento.
                  Un po’ per la facile commozione del lettore, un po’ per l’iniziale im-
               preparazione dei giornalisti che si sono occupati del caso, ma anche per
               una generale suggestione creatasi presso l’opinione pubblica, sull’argo-
               mento si è venuta a creare tanta confusione.
                  Innanzitutto, il famoso “Bambi” di Walt Disney non era un capriolo
               (Capreolus capreolus), ma un cerbiatto di cervo (Cervus elaphus) e molti
               quotidiani, accanto alla notizia della “strage di Bambi”, riportavano la
               foto di un daino (Dama dama). Sic!
                  Inoltre, non si trattava di una “strage”, ma dell’annuale prelievo se-
               lettivo dei capi in eccesso, legittimamente autorizzato dalla Regione
               Piemonte - dietro un preventivo censimento degli ungulati e una atten-
               ta gestione faunistica - volto a contenere la popolazione di caprioli, al
               fine di ridurre i danni alle colture agrarie, ai boschi e alle autovetture
               coinvolte nelle sempre più frequenti collisioni con la fauna selvatica.
                  Si trattava, in definitiva, di ordinaria caccia di selezione; ossia di quel
               tipo di caccia, consentita dalla legge, basata sul rispetto di un piano pre-
               ordinato di abbattimento, diviso per classi di sesso e di età, redatto sulla
               base di censimenti e stime secondo un rigoroso criterio scientifico, in
               linea con i moderni principi dell’ecocompatibilità e dell’ecosostenibilità
               e autorizzata, secondo i rispettivi ambiti di competenza, da Regioni e
               Province (e per le aree naturali protette, dagli Enti Parco).
                  Il fine ultimo della caccia programmata in modo selettivo è quindi il
               mantenimento, in un determinato territorio, della densità e della strut-
               tura prefissata di una popolazione selvatica, prelevandone esclusiva-
               mente l’incremento annuo, la cosiddetta “rendita”, senza intaccarne le
               potenzialità di sviluppo, ossia il “capitale”, suddividendo gli abbatti-
               menti nelle diverse classi di sesso e di età.
                  Pertanto, la caccia di selezione non è un tipo di caccia che abbatte
               soltanto i capi ammalati, debilitati o vecchi; è, invece, una forma di cac-
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               cia che si pone l’obiettivo di mantenere in equilibrio le popolazioni di
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