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dire sì, oppure no. Entrambe le risposte sono lecite, e nello stesso grado, ma
           l’esperienza dimostra che l’una e l’altra vanno meditate, motivate e soprattutto
           aggiornate: non valgono una volta e per sempre. Se, ad esempio, una specie che
           è  stata  protetta,  perché  era  ridotta  a  pochi  individui,  poi  si  moltiplica  con
           particolare  successo,  è  ragionevole  poterne  rivedere  la  tutela,  e  se  occorre
           ricorrere  a  misure  più  drastiche  per  allontanarla  da  luoghi  e comportamenti
           critici. Eticamente non sarà una decisione esente da critiche, perché continua ad
           assegnare  un  diritto  di  vita  e  di  morte  alla  nostra  specie  sulle  altre,  ma  la
           questione cambia prospettiva se si pensa che un solo esemplare sacrificato può
           salvare  un’intera  popolazione:  gli  umori  sono  per  definizione  mutevoli  e
           il consenso generale verso un animale selvatico che si rivela invadente ci mette
           un attimo a diventare minoranza, vanificando anni di lavoro e consegnando alla
           politica armi letali per l’ambiente non meno che per il buon senso.
           Il lupo è un caso di scuola. Da diabolico mangiatore di uomini (“mannaro” viene
           da “humanarius”, indica una particolare preferenza dietetica) è diventato, anche
           attraverso la letteratura, il simbolo del coraggio e della generosità. Ma se oltre ai
           cinghiali e ai caprioli, che oggi attirano i lupi verso le aree verdi metropolitane,
           questi  ultimi  rivolgessero  le  loro  attenzioni  anche  a  cani  e  gatti  di  casa,  è
           probabile che anche il romantico entusiasmo dei cittadini, che del lupo sono i
           fans  più  entusiasti,  scenderebbe  di  parecchi  gradi.  Come  potrebbe  dire  un
           pastore, è facile fare l’amico del lupo con le pecore degli altri. Per questo motivo,
           ogni operazione, anche di solo rinforzo demografico e genetico come quello della
           lince, deve essere subito accompagnato da un piano di gestione. Da tempo si fa
           così,  ma  UlyCA2  cerca  di  andare oltre.  È  stato preparato  con  grande  cura  un
           “Piano  di  Gestione  Interregionale  per  la  Gestione  della  lince  eurasiatica”,
           valutando  tutto  ciò  che  le  nuove  conoscenze  sulla  genetica,  le  dinamiche
           individuali e le interazioni della lince con le altre specie, quelle selvatiche e quelle
           domestiche, anche a largo raggio, mettevano a disposizione. Fondamentale è la
           cooperazione con altre regioni alpine, dove il felino conta popolazioni importanti
           ed esperienze tecniche, antropologiche e sociali più significative. La caratteristica
           saliente del progetto e quindi del piano di gestione è l’attenzione alle comunità e
           alle categorie economiche, culturali e sportive dei territori interessati, quelli dove
           la specie potrebbe riprendere consistenza. è stato individuato un percorso - per
           gli anglofili, una “road map” - che, attraverso una serie di incontri pubblici, illustri
           tutto quel che allo stato dell’arte si può dire sul tema e risponda alle domande e
           ai dubbi dell’opinione pubblica, creando il terreno ideale per un consenso, o un
           dissenso.




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