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nella letteratura e nella storia è raro, ancor più lo è in natura, anche in passato,
quando le “selve oscure” che sono l’habitat preferito, erano molto più estese. Per
questo, a parte il mitico “lincurio”, una sorta di ambra - o pietra dura, o forse
pianta - dai mille pregi, che si credeva derivasse dalla sua orina solidificata, la
lince non ha lasciato negli antichi bestiari le stesse tracce dell’orso, o del lupo,
con il quale veniva confusa nel Medioevo, come indica il sinonimo di Lupo
Cerviero. Ora, però, potremmo davvero non vederla più, e non solo perché è
elusiva: è di gran lunga il mammifero più raro d’Italia. Diffusa, un tempo in tutte
le foreste europee, agli inizi del ‘900 era quasi estinta. Poi, il ripopolamento
partito dal nucleo residuo dei Carpazi, negli anni ’70, ha avuto successo e ora vive
stabilmente in Svizzera, in Francia e in Slovenia, compresa la foresta di Tarvisio e
dunque l’Italia. Da noi, pur senza più riprodursi - tace luttuosamente, dal
Trentino, il collare di B132, un maschio dalla biblica età di 15 anni, unico
esemplare “residente” in Italia - ricompare sempre più spesso sull’intero arco
alpino, anche se gli avvistamenti vanno presi con cautela. Da lontano, un gattone,
soriano o selvatico che sia, non è cosi diverso da una lince, a parte la coda
“mozza” e i “ciuffi” alle orecchie. Gli psicologi lo chiamano “bias di aspettativa”:
vuoi dire che spesso vediamo quel che desideriamo.
In realtà, negli ultimi anni, la popolazione complessiva del maggior felino europeo
è di nuovo in flessione, a differenza della lince iberica, o pardina, specie a parte,
di taglia minore, che invece viene segnalata in ripresa. Alle solite cause di morte,
bracconieri e incidenti, s’è aggiunta la frammentazione degli habitat, che
aumenta l’imbreeding, la riproduzione tra consanguinei, con minor fertilità e
minor sopravvivenza degli individui. Oggi, nell’Europa centro meridionale, la lince
si allinea su quattro nuclei sempre più isolati: le Alpi franco-svizzere, Austriache
e Italo-slovene, più i Monti Dinarici della Slovenia e della Croazia. Secondo la
comunità scientifica, vanno ricollegati, aprendo - ma vale per tutti i selvatici -
corridoi naturali che ne favoriscano l’assortimento genetico. La liberazione di
Karlo e nei tre mesi precedenti, di Jago e Talia dai Carpazi Rumeni e di Sofia e
Margy, dal Giura svizzero, è il focus del “Progetto UlyCA2”, per il ritorno delle linci
nelle Alpi Giulie italiane. Condotta dai Carabinieri Forestali e dagli esperti del
“Progetto Lince Italia” dell’Università di Torino con il sostegno del WWF e delle
associazioni venatorie friulane e giuliane, l’operazione rappresenta un tassello di
questo grande programma europeo di riconnessione biologica. L’obiettivo è
consolidare la specie in un'area strategica, la Foresta di Tarvisio, ponte naturale
tra le popolazioni dinariche e quelle alpine, ma è tutt’altro che semplice. Al
contrario di quanto si pensava pochi anni fa (questo spiega i numerosi fallimenti),
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