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A spaventarla molto più di noi è lo spazio che s’intravede al di là della grata. Una
           libertà che ha vissuto solo nei primi mesi di vita e di cui, ora, sembra non avere
           più memoria. La speranza, però, è proprio questa: che ricordi come si fa.
           Foresta di Tarvisio, confine tra Italia, Austria e Slovenia. Giugno di quest’anno.
           Siamo partiti nel tardo pomeriggio, tra zanzare e scrosci di pioggia, ma sapevamo
           che ne sarebbe valsa la pena.
           Mezz’ora di sterrati per arrivare alla piccola valle che la ricercatrice svizzera, Anja
           Jobin, e il collega (e marito) italiano, Paolo Molinari, hanno individuato nel cuore
           del bosco, e ancora dieci minuti a piedi per arrivare qui. Adesso la porta è aperta,
           ma lei non vuole saperne. Un minuto, poi un altro, scanditi dal nostro silenzio.
           Alla fine è Paolo a entrare e a spingerla verso l’apertura. E’ un giovane maschio
           orfano. E’ stato chiamato Karlo. Come il nome del guardacaccia che, notate le
           mammelle  turgide  di  una  femmina  investita  in  Croazia  nel  2022,  sulle  Alpi
           Dinariche, si era messo subito a cercarne il cucciolo, e l’aveva ritrovato, dopo una
           settimana, mezzo morto di stenti, davanti alla tana. Salvato e rieducato a fare a
           meno dell’uomo nello zoo slovacco di Bojnice, si spera, adesso, che sia la fame a
           risvegliarne l’istinto predatorio impigrito dalla cattività: alla sua età, 11 mesi, i
           giovani, di solito due o tre, diventano indipendenti, ma, fino a quel momento, è
           dalla madre che hanno appreso le tecniche di caccia.
           Alla  vista di Paolo,  che avanza protetto da  una spessa  coperta  militare,  Karlo
           protesta, quindi si decide a uscire. Un attimo di incertezza: si ferma, guarda verso
           di noi, poi si allontana a balzi, senza fretta, tra le felci, portando con eleganza il
           vistoso Gps che permetterà di seguirne gli spostamenti. Bellissimo! Sì, va bene, è
           scorretto. “Bello”, di un animale, non si dovrebbe mai dire ad alta voce, specie
           quando se ne parla, o si vorrebbe, in termini di scienza. Perché, se ammettiamo
           che ci sono quelli “belli” - tra l’altro, sono quasi sempre tra i mammiferi a noi più
           vicini, capaci di scatenare l’effetto cub, che spinge l’adulto a proteggere qualsiasi
           cucciolo  -  dobbiamo,  poi,  accettare  anche  la  categoria  dei  “brutti”.  Con  il
           corollario che i primi  devono essere protetti, e gli altri, che non ci piacciono,
           possono estinguersi senza che ce ne diamo pena, anzi, non si vedeva l’ora. Il che,
           appunto, non è molto utile, visto come stiamo devastando la natura, dove ogni
           organismo è la rotella indispensabile di un enorme ingranaggio, del quale solo
           noi ci rifiutiamo testardamente di far parte.
           Detto questo, però, si può mai mettere in dubbio la straordinaria bellezza di un
           felino? E tra i felini, si può negare che il più attraente sia la lince, quella “lonza a
           la pelle dipinta” che forse proprio per la sua sensuale avvenenza, più che per la
           sua  non  particolare  prolificità, Dante  elegge a simbolo di lussuria? Se avvistarla




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