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L’ETICA E L’ARMA DEI CARABINIERI
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L’etica invita alla riflessione: l’etica è filosofia morale . L’etica non è solo
obbligazione morale, ma una costante domanda sul cosa, sul come e sul perché
delle nostre azioni. L’etica ci coinvolge come pensiero riflesso sul nostro agire che
non è mai un agire meccanico o completamente condizionato e anche quando si
determina in base all’istinto, comporta sempre una riflessione postuma, attivata da
sentimenti di approvazione, soddisfazione, rincrescimento o pentimento.
E proprio in quanto riflessione non può non recare turbamento: il turbamen-
to della coscienza. La coscienza è il nostro giudice implacabile, sempre pronto ed
attento, che ci riconduce immancabilmente a una valutazione di bene o di male,
senza accomodamenti, compromessi o patteggiamenti. Possiamo anche non accet-
tare il giudizio negativo della nostra coscienza, esistono meccanismi psicologici di
rimozione, ma il giudizio rimane là, inesorabile, ineliminabile, ricorrente.
L’etica ha anche una funzione rassicurante per la nostra esistenza. Vivere
moralmente è impegnativo, ma gratificante; significa agire in una cornice di valori
e di principi che ci sostiene, ci orienta e ci illumina. La controprova l’abbiamo
quando agiamo al di fuori di questa cornice, perché non rispettiamo più i principi
imposti e, peggio ancora, non ne condividiamo più i valori. Ed allora che un senso
di turbamento ci opprime e, insieme ad esso, uno smarrimento generale, perché
perdiamo i riferimenti (fini) e la bussola (gli strumenti), vaghiamo ciechi e senza
meta, con il pericolo di colmare questo vuoto con l’amoralità, un’anomia confusa
e indistinta, o - addirittura - l’immoralità, inebriante e logorante (una specie di
droga che porta alla consunzione morale). L’etica, quindi, è un impegno non solo
intellettuale, ma anche morale, cioè pratico e pragmatico. Ci impegna su diversi
livelli di comportamento e di azione (privati, sociali, pubblici, istituzionali), ed esige
sempre un minimo etico: il “buon senso”.
Quante volta abbiamo ascoltato questa locuzione: spesso, è stata pronunciata
incidentalmente, quasi un intercalare del nostro linguaggio istituzionale; il più delle
volte, c’è stata proposta come consiglio professionale, come dire fanne uso, un
buon uso; talvolta, ce n’è stato rimproverata la mancanza, quando abbiamo agito
senza di esso.
Il “buon senso”: un criterio generale e residuale; un principio pragmatico,
quando abbiamo esaurito tutto l’armamentario di norme, regolamenti, codici, pre-
cedenti, senza che questo complesso di prescrizioni, minute e pervasive, si sia rileva-
to in qualche modo utile, confacente o adeguato; un richiamo evocativo a qualcosa
di universale, immutabile e condiviso che ci rassicura nel nostro agire e dà un senso
moralmente alto alla nostra azione.
2 L’identif cazione dell’etica con la f losof a morale non è un pensiero condiviso: Aldo Masullo,
Filosofia morale, Roma, Editori Riuniti, 2006, p.11.
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