Page 26 - Rassegna 2025-4
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ETICA E LEADERShIP




             costruzione di un senso istituzionale condiviso, nel bene e nel giusto: un senso isti-
             tuzionale che abbiamo da sempre ereditato come un “buon senso”, a sottolineare
             una bontà di fondo che si muove all’interno di un comune sentire.

             2.  Il “Buon senso” e l’etica
                  Spesso cerchiamo un senso per molte cose che accadono intorno a noi o per
             parole che sentiamo ripetere come un mantra o magari percepiamo, quasi indistin-
             tamente, ma che ci colpiscono per quanto “evocano” o possono, di contro, “pro-
             vocare”. I nostri sensi sono dei formidabili recettori, ma è la nostra mente che ela-
             bora i dati, costantemente, instancabilmente alla continua ricerca di un senso, che
             si traduce sempre nella nostra “costruzione di senso”. Abbiamo bisogno di “senso”,
             di dare un senso alle cose, di strutturare la nostra azione in una cornice cognitiva e
             volitiva che abbia un senso compiuto. Non un qualunque senso, ma un senso per
             noi, per come abbiamo costruito il nostro mondo di valori, principi, sensazioni ed
             emozioni. In tutto questo, la parola “etica” ha un valore particolare: incuriosisce e
             infastidisce; invita alla riflessione e reca turbamento; richiama la nostra coscienza e,
             talvolta, ci lascia sgomenti di fronte alle nostre azioni (che probabilmente non sono
             state “buone azioni”); ci rassicura nella nostra esistenza, donandoci una cornice
             ideale, e ci impegna a un fare che abbia un senso per noi, un vero senso (quello che
             ripetutamente chiamiamo il “buon senso”).
                  L’etica incuriosisce perché pur non avendola studiata (nei programmi scola-
             stici non esiste affatto), approfondita (un libro di etica - per la verità - non è una let-
             tura leggera), conosciuta intellettualmente (quante volte abbiamo pensato all’eti-
             ca?), ci rendiamo conto che non ne possiamo fare a meno.
                  L’etica infastidisce perché richiama sempre all’adempimento di un’obbliga-
             zione morale e come tutte le obbligazioni non sempre - almeno inizialmente - le
             viviamo con entusiasmo e le accogliamo di buon grado: le obbligazioni, soprattutto
             quelle morali, dalle quali non traiamo un ricavo immediato, richiedono un impe-
             gno personale. Questa reazione emotiva non è un male, perché costituisce - comun-
             que - un richiamo della nostra coscienza, che non è mai indifferente alle provoca-
             zioni morali e, qualora fosse indifferente, rischierebbe la “banalità del male” .
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             1 La “banalità del male” è una formula linguistica con la quale hannah Arendt ha individuato e
               interpretato il collasso delle norme morali vigenti nella vita pubblica e privata in un determinato
               periodo storico, l’avvento e il consolidamento del nazismo in Germania: hannah Arendt, Alcune
               questioni di filosofia morale, Torino, Einaudi, 2006, p.6.
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