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LA CRIMINALITÀ MAFIOSA A ROMA. SCENARI DI INIZIO MILLENNIO



                     Le sue fitte e ricorrenti relazioni con i poteri corrotti - politici, finanziari,
               massonici - ne inquadrano l’identità tra una funzione di controllo violento e una
               funzione di servizio criminale. La quarta fase, invece, può essere considerata quel-
               la delle mafie autoctone. Sono quelle che nascono e sviluppano la loro identità a
               Roma,  ma  che  hanno  radici  in  luoghi  altri,  come  i  gruppi  rom  provenienti
               dall’Abruzzo e dalle Marche e che danno vita ai Casamonica o agli Spada. Benché
               i procedimenti giudiziari che le riguardano siano in gran parte ancora da chiudere
               (solo il clan Fasciani è stato ad oggi condannato in via definitiva per associazione
               mafiosa), si possono includere in questa fase le varie esperienze di criminalità
               richiamate nella prima parte di questo contributo. Ciascuna di esse meriterebbe
               una trattazione specifica, poiché diversi sono i retroterra antropologico-culturali,
               i sistemi interni di coesione, le tipologie degli affari coltivati, le stesse forme di
               esercizio di un possibile metodo mafioso. Il denominatore comune è semmai la
               permeabilità del contesto, a dispetto della straordinaria concentrazione territoriale
               di risorse di law enforcement, e che costituisce la principale spiegazione della loro
               avanzata  “a  grappolo”.  Ci  si  può  dunque  riferire,  a  partire  dalla  fine  del
               Novecento, a una famiglia di mafie emergenti dalla storia urbana più recente e che
               vanno adottando gradualmente il modello mafioso in virtù di processi di emula-
               zione/imitazione. Da qui il ritardo nelle operazioni di contrasto nei loro confron-
               ti, dovute comunque in gran parte alla nuova energia e competenza specifica con
               cui la Procura romana, guidata da magistrati già formatisi in Sicilia e in Calabria,
               ha saputo leggere e avversare le varie fenomenologie mafiose. Infine, la sesta fase
               è quella che, con esclusivo riferimento ai fatti accertati, possiamo definire di Mafia
               Capitale (l’inchiesta) o di Mondo di mezzo (la sentenza). In tal caso quella che è
               emersa nell’ultimo quinquennio del periodo considerato è una criminalità di pote-
               re, a forte coinvolgimento dei livelli politico-amministrativi; capace di assorbire al
               suo interno in forma variabile una pluralità di organizzazioni criminali, alcune
               mafiose, altre no; e che può essa stessa trasformarsi in associazione mafiosa sfrut-
               tando adeguatamente il modello organizzativo del network. È una criminalità pre-
               valentemente indigena, anche se ha dimostrato di sapersi connettere con sapienza
               con organizzazioni allogene o autoctone. Come si è visto, essa è mossa, più delle
               altre, da strategie di conquista di sistema. Benché sia sempre problematico pro-
               porre classificazioni delle organizzazioni criminali fondate sul loro grado di peri-
               colosità, si può però concludere che, proprio per il livello di sviluppo delle sue
               strategie e per la sua eccezionale capacità di networking, questa specifica (e oggi
               magmatica) fattispecie organizzativa rappresenti sul piano potenziale l’elemento
               di maggiore pericolo per il futuro della capitale. Lo schema sottostante porta a
               sintesi anche graficamente la nostra discussione, cercando di consegnare al lettore
               una mappa concettuale di quanto è accaduto. Che non è stato davvero poco.


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