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DOTTRINA



                  Vi è poi una seconda fase, che inizia proprio negli anni Settanta e che fra
             alti e bassi (probabilmente dovuti solo alla intensità variabile delle offensive giu-
             diziarie o delle Forze dell’ordine) non si è mai fermata. In essa si coglie una pro-
             gressiva convergenza sulla capitale da parte delle maggiori organizzazioni italia-
             ne. Sulla scia di Cosa Nostra, il cui iniziale progetto si infrange su una realtà
             comunque non assimilabile a quella siciliana, anche la camorra e la ‘ndrangheta
             sbarcano a Roma, man mano che escono dal loro stato di “minorità” criminale
             e partecipano dei profitti dei traffici di stupefacenti. Le loro antiche (e in fondo
             aristocratiche) forme di presenza vengono così soppiantate da progetti di inve-
             stimento e dalla ricerca di relazioni vantaggiose, politiche, immobiliari e finan-
             ziarie, che non giungono mai comunque ai livelli conseguiti da Cosa Nostra.
             Pippo Calò e Vito Ciancimino, gli emissari cutoliani e poi gli stessi casalesi, i
             clan di Sinopoli, di Rosarno o di Limbadi sono come sassi che si succedono nel
             tempo quasi a segnare il sentiero di un malefico Pollicino. In questo caso pos-
             siamo parlare non di un progetto di conquista ma di un progetto di uso della
             capitale, delle sue opportunità economiche e professionali. Opportunità tra le
             quali rientrano anche i rapporti variabili sperimentati con le altre organizzazioni
             criminali presenti sul territorio, nelle forme e nei gradi più diversi e per le cir-
             costanze più casuali, dalla Banda della Magliana ai clan autoctoni di Ostia, fino
             alla folla variegata di “Mondo di mezzo”. Anche in questo secondo caso si può
             parlare del primato di una mafia (composita) di importazione. Essa è volta però
             non alla conquista ma allo sfruttamento del contesto, attraverso una efficace
             strategia di auto-controllo e di ridimensionamento del metodo mafioso, ferme
             restando le più recenti tendenze riscontrate nei clan di ‘ndrangheta e che sono
             state prima richiamate nel paragrafo 1.
                  La terza fase, concentrata tra gli anni Settanta e i primi anni Novanta, si
             sviluppa quasi in contemporanea con la seconda, identificandosi però con la
             nascita di una organizzazione vera e propria.
                  Si  tratta  della  Banda  della  Magliana,  organizzazione  non  riconosciuta
             come mafiosa sul piano penale, ma che ne ha tutte le caratteristiche sul piano
             sociologico nonostante le proprie indubbie specificità tassonomiche. In questo
             caso l’organizzazione nasce dall’addensamento per forza gravitazionale di una
             molteplicità di sodalizi minori locali, che si ispirano al metodo mafioso, che cer-
             cano contatti con le organizzazioni maggiori, che controllano ferreamente una
             porzione del territorio romano e che in parte coltivano rapporti politici con
             l’estrema destra. Più che “autoctona”, ossia nata come esperienza criminale in
             territorio romano, essa appare una organizzazione indigena, ossia costituita da
             nativi, germinata dentro il minuto popolo criminale romano, dove vanno cerca-
             te le sue radici antropologiche.


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