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TRIBUNA DI STORIA MILITARE
Napoleone si contornava di spie alle quali però non concedeva fiducia e
stranamente scrive a Eugenio che ci sono più inconvenienti che vantaggi ad
averli. Questo è uno strano punto della lettera proprio conoscendo l’attitudine
di Napoleone a servirsi di informatori di ogni tipo: forse per le molte delusioni
ricevute, consigliava questo atteggiamento a un giovane che poteva fare dei
grandi errori nello scegliere quelle che credeva potessero essere valide spie.
Riteneva che in Italia gli sarebbe servita solamente una buona polizia militare
che assicurasse la sicurezza delle truppe e la loro fedeltà al Viceré. Stante la sua
buona esperienza sui campi di battaglia, per Eugenio l’esercito doveva essere la
sua maggiore occupazione e preoccupazione e, per buona misura, organizzare
una parata militare ogni mese. Evidentemente, secondo Napoleone, mostrare la
forza presente ben organizzata faceva bene alla popolazione conquistata e
all’addestramento e disciplina delle truppe. Dal punto di vista della condotta
amministrativa, Napoleone dava un consiglio molto pratico e furbo: lavorare
due volte alla settimana con i ministri, di cui una sola con ciascuno di loro e una
con il Consiglio per intero. Questo comportamento aveva lo scopo di rassicu-
rare ministri e consiglieri che il giovane Viceré voleva comprendere i problemi
prima di parlarne con tutti e, soprattutto, con conoscenza degli argomenti trat-
tati. L’unico uomo importante nella compagine ministeriale italiana era il
Ministro delle Finanze in quel momento, Giuseppe Prina, che l’imperatore sti-
mava molto perché costui conosceva bene il suo mestiere. Nato a Novara nel
1766 era morto giovane a quarantotto anni a Milano nel 1814, linciato da una
massa inferocita dopo la definitiva sconfitta di Napoleone. Si era fatto conosce-
re per la sua professionalità e, dopo un certo tempo di diffidenza, per la sua leal-
tà agli ideali francesi e napoleonici e Napoleone lo indicava al figliastro come
persona di cui, in certo modo, potersi fidare. Sebbene fosse molto chiaro che
dietro alla giovane autorità c’era l’imperatore, Napoleone non dubitava che chi
stava intorno a lui cercava di conoscerlo bene e di comprendere quanto fosse
legato all’autorità del patrigno. Eugenio doveva fare eseguire i propri ordini
soprattutto alla parte militare e non avrebbe potuto accettare che questa non
obbedisse prontamente e alla virgola, ufficiali e soldati. Vi è da notare che
comunque Napoleone non aveva ceduto tutta la sua autorità di governo in
Italia. Nel decreto di nomina che aveva firmato ben chiariva i limiti dell’autorità
che conferiva al suo Viceré, riservando a se stesso quella più ampia e cioè di
dirigere il giovane nelle sue operazioni: ovvero manteneva la responsabilità e la
direzione delle operazioni in Italia lasciando al figliastro la gestione delle stesse.
Infatti lo invitava a scrivergli ogni giorno sulle vicende quotidiane perché solo
dopo un certo periodo sarebbe riuscito a comprendere come egli (Napoleone),
riteneva di dover risolvere ogni questione o il suo parere su ogni argomento.
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