Page 184 - Rassegna 2020-3
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TRIBUNA DI STORIA MILITARE



                  Napoleone si contornava di spie alle quali però non concedeva fiducia e
             stranamente scrive a Eugenio che ci sono più inconvenienti che vantaggi ad
             averli. Questo è uno strano punto della lettera proprio conoscendo l’attitudine
             di Napoleone a servirsi di informatori di ogni tipo: forse per le molte delusioni
             ricevute,  consigliava  questo  atteggiamento  a  un  giovane  che  poteva  fare  dei
             grandi  errori  nello  scegliere  quelle  che  credeva  potessero  essere  valide  spie.
             Riteneva che in Italia gli sarebbe servita solamente una buona polizia militare
             che assicurasse la sicurezza delle truppe e la loro fedeltà al Viceré. Stante la sua
             buona esperienza sui campi di battaglia, per Eugenio l’esercito doveva essere la
             sua maggiore occupazione e preoccupazione e, per buona misura, organizzare
             una parata militare ogni mese. Evidentemente, secondo Napoleone, mostrare la
             forza  presente  ben  organizzata  faceva  bene  alla  popolazione  conquistata  e
             all’addestramento e disciplina delle truppe. Dal punto di vista della condotta
             amministrativa, Napoleone dava un consiglio molto pratico e furbo: lavorare
             due volte alla settimana con i ministri, di cui una sola con ciascuno di loro e una
             con il Consiglio per intero. Questo comportamento aveva lo scopo di rassicu-
             rare ministri e consiglieri che il giovane Viceré voleva comprendere i problemi
             prima di parlarne con tutti e, soprattutto, con conoscenza degli argomenti trat-
             tati.  L’unico  uomo  importante  nella  compagine  ministeriale  italiana  era  il
             Ministro delle Finanze in quel momento, Giuseppe Prina, che l’imperatore sti-
             mava molto perché costui conosceva bene il suo mestiere. Nato a Novara nel
             1766 era morto giovane a quarantotto anni a Milano nel 1814, linciato da una
             massa inferocita dopo la definitiva sconfitta di Napoleone. Si era fatto conosce-
             re per la sua professionalità e, dopo un certo tempo di diffidenza, per la sua leal-
             tà agli ideali francesi e napoleonici e Napoleone lo indicava al figliastro come
             persona di cui, in certo modo, potersi fidare. Sebbene fosse molto chiaro che
             dietro alla giovane autorità c’era l’imperatore, Napoleone non dubitava che chi
             stava intorno a lui cercava di conoscerlo bene e di comprendere quanto fosse
             legato all’autorità del patrigno. Eugenio doveva fare eseguire i propri ordini
             soprattutto alla parte militare e non avrebbe potuto accettare che questa non
             obbedisse  prontamente  e  alla  virgola,  ufficiali  e  soldati.  Vi  è  da  notare  che
             comunque  Napoleone  non  aveva  ceduto  tutta  la  sua  autorità  di  governo  in
             Italia. Nel decreto di nomina che aveva firmato ben chiariva i limiti dell’autorità
             che conferiva al suo Viceré, riservando a se stesso quella più ampia e cioè di
             dirigere il giovane nelle sue operazioni: ovvero manteneva la responsabilità e la
             direzione delle operazioni in Italia lasciando al figliastro la gestione delle stesse.
             Infatti lo invitava a scrivergli ogni giorno sulle vicende quotidiane perché solo
             dopo un certo periodo sarebbe riuscito a comprendere come egli (Napoleone),
             riteneva di dover risolvere ogni questione o il suo parere su ogni argomento.


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