Page 183 - Rassegna 2020-3
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UNA LUCIDA LEZIONE DI VITA
                      NAPOLEONE SCRIVE A EUGENIO DE BEAUHARNAIS, VICERÉ D’ITALIA



                     Ecco l’abilità psicologica di Napoleone: aveva imparato ad ascoltare pro-
               babilmente nella prima fase della sua carriera militare quando ancora il suo pen-
               siero non veniva ascoltato da altri ma si stava formando. Comunque nelle ceri-
               monie pubbliche e nelle feste dove erano presenti stranieri e francesi Eugenio
               doveva ben far comprendere loro qual fosse il posto giusto da occupare e evi-
               tare con grande cura di esporsi a offese. Se questo fosse successo non vi era
               altro da fare che arrestare principi, ministri, generali e ambasciatori, fosse anche
               quello  d’Austria  o  di  Russia.  In  sintesi  fermezza  e  decisione:  qualità  che
               Napoleone aveva senza ombra di dubbio per assicurare che il suo ruolo fosse
               sempre compreso e rispettato.
                     Napoleone aveva particolari attenzioni e giudizi per gli ambasciatori quan-
               do sosteneva che un diplomatico non direbbe mai bene del governante presso
               cui è accreditato perché il suo mestiere è di dirne male. Considerava i diploma-
               tici stranieri, proprio per il loro mestiere, spie ufficiali del governo che rappre-
               sentavano. Un modo singolare, forse molto lucido, di considerare la diplomazia
               perché evidentemente i suoi rappresentanti presso le corti straniere erano con-
               siderati membri della complessa rete dei suoi informatori privilegiati. Riteneva
               che non vi potevano essere inconvenienti ad allontanarli perché costoro erano
               sempre più disposti a stimare chi vedevano poco rispetto a chi testimoniava
               loro amicizia e benevolenza. Napoleone ascoltava i suoi collaboratori con atten-
               zione e soprattutto nell’ascoltare, ragionava sulle informazioni riservate che le
               sue spie gli portavano. Che poi abbia accettato eventuali consigli, questo rimane
               ancora non sempre molto conosciuto. Faceva molte domande ed ecco quindi
               forse il consiglio di non arrossire nel far domande: Eugenio, pur Viceré, non
               aveva che ventitré anni e quindi ci sarebbe stata molta adulazione intorno a lui,
               ma tutti ben sapevano quello che lui conosceva; con l’adulazione gli si faceva
               intendere maggiore stima, anche per il futuro, più che per una vera opinione su
               quello che egli fosse in realtà al momento, situazione ben conosciuta.
                     Massima attenzione alle funzioni pubbliche: Eugenio doveva presiedere
               poco il Consiglio di Stato in quanto non aveva ancora le necessarie conoscenze
               per farlo con successo. Poteva addurre con umiltà che non conosceva bene
               ancora le leggi, i regolamenti e la stessa lingua italiana e quindi poteva cedere,
               senza sminuire il suo ruolo, la presidenza a un consigliere. Così poteva ascoltare
               e non parlare soprattutto, perché le persone presenti avrebbero fatto finta di
               ascoltarlo senza peraltro rispondere ma avrebbero subito verificato che il gio-
               vane Viceré non era in grado di discutere quegli argomenti. Ecco una frase lapi-
               daria: «non si misura la forza di un principe quando tace; ma quando parla,
               occorre che egli abbia coscienza della propria superiorità». Parole che rivelano
               un lato della personalità del Corso: il silenzio e l’azione… si riferiva a sé stesso?


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