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UNA LUCIDA LEZIONE DI VITA
NAPOLEONE SCRIVE A EUGENIO DE BEAUHARNAIS, VICERÉ D’ITALIA
Ecco l’abilità psicologica di Napoleone: aveva imparato ad ascoltare pro-
babilmente nella prima fase della sua carriera militare quando ancora il suo pen-
siero non veniva ascoltato da altri ma si stava formando. Comunque nelle ceri-
monie pubbliche e nelle feste dove erano presenti stranieri e francesi Eugenio
doveva ben far comprendere loro qual fosse il posto giusto da occupare e evi-
tare con grande cura di esporsi a offese. Se questo fosse successo non vi era
altro da fare che arrestare principi, ministri, generali e ambasciatori, fosse anche
quello d’Austria o di Russia. In sintesi fermezza e decisione: qualità che
Napoleone aveva senza ombra di dubbio per assicurare che il suo ruolo fosse
sempre compreso e rispettato.
Napoleone aveva particolari attenzioni e giudizi per gli ambasciatori quan-
do sosteneva che un diplomatico non direbbe mai bene del governante presso
cui è accreditato perché il suo mestiere è di dirne male. Considerava i diploma-
tici stranieri, proprio per il loro mestiere, spie ufficiali del governo che rappre-
sentavano. Un modo singolare, forse molto lucido, di considerare la diplomazia
perché evidentemente i suoi rappresentanti presso le corti straniere erano con-
siderati membri della complessa rete dei suoi informatori privilegiati. Riteneva
che non vi potevano essere inconvenienti ad allontanarli perché costoro erano
sempre più disposti a stimare chi vedevano poco rispetto a chi testimoniava
loro amicizia e benevolenza. Napoleone ascoltava i suoi collaboratori con atten-
zione e soprattutto nell’ascoltare, ragionava sulle informazioni riservate che le
sue spie gli portavano. Che poi abbia accettato eventuali consigli, questo rimane
ancora non sempre molto conosciuto. Faceva molte domande ed ecco quindi
forse il consiglio di non arrossire nel far domande: Eugenio, pur Viceré, non
aveva che ventitré anni e quindi ci sarebbe stata molta adulazione intorno a lui,
ma tutti ben sapevano quello che lui conosceva; con l’adulazione gli si faceva
intendere maggiore stima, anche per il futuro, più che per una vera opinione su
quello che egli fosse in realtà al momento, situazione ben conosciuta.
Massima attenzione alle funzioni pubbliche: Eugenio doveva presiedere
poco il Consiglio di Stato in quanto non aveva ancora le necessarie conoscenze
per farlo con successo. Poteva addurre con umiltà che non conosceva bene
ancora le leggi, i regolamenti e la stessa lingua italiana e quindi poteva cedere,
senza sminuire il suo ruolo, la presidenza a un consigliere. Così poteva ascoltare
e non parlare soprattutto, perché le persone presenti avrebbero fatto finta di
ascoltarlo senza peraltro rispondere ma avrebbero subito verificato che il gio-
vane Viceré non era in grado di discutere quegli argomenti. Ecco una frase lapi-
daria: «non si misura la forza di un principe quando tace; ma quando parla,
occorre che egli abbia coscienza della propria superiorità». Parole che rivelano
un lato della personalità del Corso: il silenzio e l’azione… si riferiva a sé stesso?
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