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QUANDO NON C’È PIÙ NULLA DA FARE: ALLE RADICI DELLO STATO D’ASSEDIO



             la prima volta negli anni Quaranta e frutto di una lunga stesura, scriveva che
             quello stesso Senato che comprendeva come l’oclocrazia generasse la tirannide
             di uno solo, del capo del movimento rivoluzionario, non vedeva invece come
             l’ammettere che la magistratura potesse, sia pure temporaneamente, porsi fuori
             dalla legalità significasse preparare rapidamente l’avvento di quelle magistrature
             straordinarie che verranno poi a sovrapporsi alla costituzione.
                  Questo rilievo, fondato sul legame che l’autore intravedeva tra il s.c.u. e i
             poteri straordinari concessi nella tarda repubblica a singoli personaggi, mi sem-
             bra tanto più significativo considerando che de Francisci, Ministro di Grazia e
             Giustizia per sette anni (1925-1932) - nomina che suscitò un’ottima impressio-
             ne come Augusto Turati scrisse a Mussolini - che segnarono un intervallo tra le
             due cariche di Rettore dell’Università di Roma, rivestì funzioni apicali nel regi-
             me fascista, tra le quali la carica di Guardasigilli e presidente dell’Istituto nazio-
             nale di cultura fascista.
                  Regime che se da un lato esaltò la romanitas in forma quasi ossessiva, e tal-
             volta involontariamente parodistica, dall’altro non elaborò mai un autonomo
             studio di questa, ma in questa prospettiva è evidente che la condanna dei poteri
             straordinari  e  dei  poteri  personali  non  appaia  facilmente  conciliabile  con  la
             posizione assunta da Benito Mussolini.
                  Quanto appena detto circa il rapporto tra fascismo e studio della storia di
             Roma, si tratta, si badi bene, di una considerazione valida esclusivamente per lo
             studio dell’età repubblicana ma non di certo applicabile all’età imperiale e, in
             particolare, al Principato, la cui esaltazione rappresentava, per converso, uno dei
             cardini della propaganda coeva. Era uno sforzo costante della letteratura fasci-
             sta quello di legittimare il regime, esaltando in chiave propagandistica una qua-
             lunque identificazione fra tradizione romana e ordinamento fascista, così come
             fra la prima e la storia della formazione del popolo italiano, come scrisse lo stes-
             so Bonfante.
                  Così in Augusto e l’impero, edito a Roma nel 1937, lo stesso de Francisci,
             ha subito la malìa del regime, o meglio del potere, fascino che talora cattura lo
             studioso quando gli si schiudono le porte degli affari pubblici ad alto livello,
             non mancava di cogliere nell’universalismo augusteo un «patrimonio ideale nel
             quale  trovano  radice  taluni  di  quegli  elementi  fondamentali  che  il  fascismo,
             romano di sapienza e di energia, rinnova, sviluppa e consolida. Mai, anzi, come
             oggi, di fronte all’opera mussoliniana noi abbiamo sentito rinnovarsi la coscien-
             za  profonda  della  virtù  perenne  di  molti  valori  spirituali  che  nell’impero  di
             Roma ebbero il loro germe e che il Duce, realizzatore vittorioso, ha composto
             in una nuova armonia ».
                                  (5)
             (5)  Augusto e l’Impero, in QUADERNI DELL’ISTITUTO NAZIONALE DI CULTURA FASCISTA, serie VII,

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