Page 218 - Rassegna 2019-1
P. 218

TRIBUNA DI STORIA MILITARE




          4. L’interpretazione del senatus consultum ultimum in epoca fascista
               Nella tensione ricostruttiva dimostrata dalla storiografia circa la reale por-
          tata ontologica del s.c.u. riveste un certo interesse l’analisi dell’istituto compiuta
          da parte dei cultori del diritto romano che si trovarono ad operare durante le
          temperie di quel precipuo momento storico e culturale rappresentato dal fasci-
          smo.
               Dovendo circoscrivere i parametri della ricerca ad una ‘rosa’ di studiosi
          che in quel tempo si sono occupati del tema, mi limiterò per gli interessi da loro
          dimostrati a Emilio Betti, Pietro Bonfante e Pietro de Francisci, i quali rappre-
          sentano i nomi che di solito in storiografia si fanno per individuare la rilevanza
          del rapporto tra storici del diritto romano e fascismo.
               Il Betti, che fu, seppur attraverso una riflessione del tutto personale, un
          sostenitore del regime mussoliniano, dopo aver affermato, mutuando dalle reflec-
          tions sur la violence di Sorel, che l’origine del diritto è da rinvenirsi nella violenza,
          collegò indissolubilmente il s.c.u. allo stato di necessità, assegnandogli, in tal
          modo, una piena giustificazione sotto il profilo costituzionale .
                                                                     (4)
               Secondo l’esimio studioso, infatti, quanto profondamente radicata fosse
          nei Romani la convinzione della legittimità della Selbsthilfe è mostrato in modo
          sintomatico  da  uno  dei  fenomeni  in  cui  culmina  la  crisi  della  costituzione
          repubblicana: dalla proclamazione dello stato di necessità per senatus consultum
          ultimum. L’idea che sta alla base del senatus consultum ultimum è quella della legit-
          tima difesa della res publica contro i pericoli interni.
               Nella Storia del diritto romano del 1923, il Bonfante dedicò la sua rifles-
          sione  al  s.c.u.  in  rapporto  con  l’impotenza  degli  organi  cittadini  centrali  nei
          momenti di pericolo, nel contesto di una ricostruzione fondata sull’inadegua-
          tezza della città-stato a dirigere la vita politica ed amministrativa di vasti territori
          e sul conseguente carattere ‘necessitato’ del subentrare dell’assetto imperiale a
          quello repubblicano. In merito ai rapporti intrattenuti dallo studioso all’avvento
          del  regime  fascista,  tenne,  come  osserva  il  figlio  Giuliano,  una  posizione  di
          “distaccata prudenza” e in confronto Pietro Bonfante venne ben presto a con-
          formarsi al rassegnato opportunismo di tanti italiani integrati, a differenti livelli,
          negli apparati dello Stato.
               La testimonianza del figlio su questo specifico punto non lascia adito a
          dubbi: anche nel suo caso, come in molti altri, l’acquiescenza al fascismo fu giu-
          stificata dalla ricerca di evitare il pericolo rosso.
               Un diverso inquadramento dell’Istituto, visto alla luce della crisi repubbli-
          cana, si trova in Pietro de Francisci, il quale nell’opera Arcana imperii, edita per

          (4)   La  ‘vindicatio’  romana  primitiva  e  il  suo  svolgimento  storico  nel  diritto  privato  e  nel  processo,  in
               FILANGIERI, 39, 1915, pag. 3, pagg. 321 ss.

          216
   213   214   215   216   217   218   219   220   221   222   223