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qualcosa (in genere, amore) in cambio della prestazione sessuale. In un secondo
momento, quando la donna cerca aiuto e intraprende l’uscita dal vortice della
violenza “lasciarsi amare è molto più difficile, perché deve scaturire da qualcosa di
davvero privato, dal fatto che si provi già amore per se stesse”194. Con la
guarigione della donna, il rapporto con un’altra persona (il partner) diventa
“espressione dell’essenza, non un tentativo di sollecitare una risposta, di creare un
affetto, o di provocare un cambiamento in lui”195.
d. Dipendenza psicologica della donna dal suo aggressore
Guardando da vicino la condizione di una donna vittima di violenza, la
domanda più immediata che ci potremmo porre è come mai questa, nonostante il
clima di grande sofferenza che vive all’interno dell’ambiente familiare, dimostra
difficoltà ad abbandonare la casa del suo aggressore. Per rispondere in modo
adeguato a tale interrogativo, possiamo fare riferimento ad una serie di teorie
che sono state formulate a partire dagli anni Settanta. Secondo quanto elaborato
da Saligman196 nella cosiddetta teoria dell’impotenza appresa197, la donna
tenderà a rimanere prigioniera di questo contesto poco piacevole come soggetto
passivo e accetterà degli stimoli dolorosi. Verso la fine degli anni Settanta,
Walker198 adottò la teoria di Seligman per spiegare come mai le donne
194 NORWOOD R., op. cit., p. 283.
195 NORWOOD R., op. cit., p. 288.
196 SELIGMAN, M. E. P., Learned Helplessness, Freeman, San Francisco, 1975, in STUDI RICERCHE
FORMAZIONE, VIOLENZA SULLE DONNE. I GIOVANI COME LA PENSANO? RISULTATI, ESPERIENZE E
RIFLESSIONI, Venezia, 2011
197 Negli anni Sessanta-Settanta Martin SELIGMAN condusse una serie di esperimenti nei quali alcuni cani
venivano collocati in gabbie di diverso tipo. Nel primo tipo di gabbia, l’intera superficie del pavimento
era elettrificata e lo sperimentatore provocava uno shock elettrico pochi secondi dopo il suono di un
campanello; pertanto il cane subiva la scossa indipendentemente dalla sua posizione nella gabbia. Nella
seconda tipologia di gabbia, invece, una piccola zona della superficie calpestabile non era elettrificata;
in tal modo, i cani avrebbero dovuto apprendere di fuggire, al suono del campanello, nella zona neutra
così da evitare lo stimolo doloroso. SELIGMAN (1975) teorizzò che l’iniziale esperienza dei cani di
incontrollabilità dello shock nella prima gabbia avesse instaurato in essi la credenza che non avrebbero
potuto controllare gli eventi futuri, e fosse pertanto la causa delle successive incapacità
comportamentali e di apprendimento; difatti, i cani situati nella gabbia in cui non era possibile evitare la
scossa non riuscivano a scappare quando venivano collocati nella seconda gabbia, dove era possibile
evitarla, e assumevano invece un atteggiamento passivo, rassegnato, impotente.
198 WALKER L. E., Battered Woman, Paperback, New York,1980, in PARI OPPORTUNITÀ, STUDI RICERCHE
FORMAZIONE, VIOLENZA SULLE DONNE. I GIOVANI COME LA PENSANO? RISULTATI, ESPERIENZE E
RIFLESSIONI, Venezia, 2011.
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