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possono essere processati e condannati da Corti marziali, assistiti da avvocati di fiducia, per

            aver commesso atti ostili agli Stati Uniti, ma nei loro confronti non è permessa alcuna forma di
            coercizione fisica e morale e qualsiasi limitazione del diritto a comunicare con il mondo esterno

            deve essere eccezionale e temporanea. Alla luce di questo, O’Connor sostiene che

            sottoponendo  Hamdi a continui interrogatori  coercitivi, il Governo  non rispetti  gli  standard

            minimi previsti nella sentenza a garanzia del due process of law; tali standard infatti legittimano la
            detenzione di  civilian internees  solo  per evitare  che una volta liberi essi tornino a combattere

            contro gli Stati Uniti. In sostanza, la detenzione è legale solo se necessaria per la salvaguardia

            della sicurezza nazionale.

                  Il giudice O’Connor afferma la violazione da parte del Governo del due process of law, e
            focalizza l’attenzione sull’obbligatorietà di una fase processuale in cui si determini lo status dei

            prigionieri da cui dipendono i termini di un’eventuale detenzione. Nella sua argomentazione,

            O’Connor non fa cenno alle condizioni di detenzione, tuttavia la necessità di un trattamento
            umano si evince dall’analisi del meccanismo di bilanciamento degli interessi posto in essere. In

            base a tale meccanismo, il requisito imprescindibile del procedimento legale si prevede sia al

            fine di tutelare l’interesse del governo a garantire la sicurezza, che per evitare l’enorme danno

            causato a chi subisce una detenzione ingiusta in virtù di una definizione di status errata. L’entità

            del danno è direttamente proporzionale alla durezza del trattamento che il recluso è costretto ad
            affrontare, e per questa ragione i detenuti dovrebbero essere soggetti perlomeno alle stesse

            condizioni previste per i prigionieri di guerra. In questo  senso il  giudice Souter, nella sua

            concurring opinion, afferma che la Corte avrebbe ragione a sostenere che lo Authorization for Use of
            Military Force  del Congresso bastasse a rendere legittima la detenzione di Hamdi  solo  se il

            Governo lo trattasse come un prigioniero di guerra, condizione questa che non è avvenuta nella

            realtà dei fatti. Rispetto ai casi riuniti di Rasul v. Bush e Al Odah v. United States, la Corte Suprema

            dispone per tutti i detenuti, siano essi stranieri o statunitensi, il diritto di ricorrere presso una
            Corte federale degli Stati Uniti con un writ for habeas corpus. In questo modo la Corte ribalta la

            decisione della D.C. Court of Appeals, e rifiuta le posizioni del Governo, che si appellava al

            precedente di  Johnson v. Eisentrager, affermando l’extraterritorialità della base di Guantanamo.

            Nella concurring opinion il giudice Kennedy distingue i detenuti stranieri giudicati da un tribunale
            cittadini di uno Stato  nemico, i quali  non possono vantare  nessun  diritto,  dai prigionieri  di

            Guantanamo tra i quali vi sono “friends and foes alike”, che perciò non possono essere trattenuti

            indefinitamente senza essere processati. Di particolare interesse risulta l’appassionata dissenting

            opinion redatta dal giudice Antonino Scalia, il quale prevede “disastrous consequences” a causa di

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