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pericolo dagli attacchi terroristici, con il tentativo di evitare il grave danno arrecato ad una
persona, che si trovi ad essere ingiustamente imprigionata per un periodo di tempo indefinito.
La Corte Suprema afferma che la Virginia District Court, adita in primo grado, abbia
garantito un’eccessiva protezione all’individuo a scapito della sicurezza, sostenendo che Hamdi
potesse essere detenuto solo nel caso in cui, nell’ambito di un processo penale ordinario,
fossero state prodotte a suo carico prove che dimostrassero inequivocabilmente la sua natura di
“enemy combatant”. D’altra parte, la Corte d’Appello del quarto circuito aveva operato uno
sbilanciamento in senso inverso, affermando che per il solo fatto che Hamdi fosse stato
catturato «in a theater of military action», la dichiarazione con cui il Presidente lo definiva
nemico combattente non potesse essere in assoluto messa in discussione. Il giudice O’Connor
conclude affermando che affinché si realizzi “the proper balance” è necessario che un cittadino-
detenuto, il quale non si riconosce nella definizione di nemico combattente, debba essere messo
al corrente degli elementi in base ai quali la classificazione è stata operata, e abbia l’opportunità
di controbattere alle accuse del Governo di fronte a un “neutral decisionmaker ”.
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L’alto e generalizzato grado di protezione sancita dalla affermazione sopra riportata,
sembra essere smorzato quando la controlling opinion entra nel dettaglio e si legge che i “tribunali
neutrali”, cui si fa riferimento, non devono essere necessariamente corti ordinarie, ma è
sufficiente che siano «appropriately authorized and properly constituted military commissions».
O’Connor suggerisce inoltre che venga invertito il criterio ordinario dell’onere della prova, di
modo che non sia il Governo a dover dimostrare che un detenuto è un enemy combatant, ma sia
invece il prigioniero a dover provare la propria estraneità alla categoria. Questa scelta è dettata
dal fatto, che si ritiene ingiustamente gravoso chiedere ai militari di preparare per ogni soggetto
imprigionato elaborati dossiers, che descrivano minuziosamente le circostanze della cattura e ne
elenchino le ragioni. Tuttavia va da sé che evitando alle forze armate l’espletamento di questo
impegno si ottiene una minore tutela dei detenuti.
Un punto importante di questa decisione è rappresentato dall’affermazione della
O’Connor: il giudice si riferisce alla commissioni militari di cui si servono le Forze Armate per
decidere se ai soggetti catturati possa essere conferito lo status di prigioniero di guerra: tali
tribunali devono scegliere se dichiarare un detenuto prigioniero di guerra, oppure individuarlo
come “civilian internee”, cioè un soggetto che, per ragioni di sicurezza o perché sussiste la
possibilità che da libero possa ostacolare le indagini, deve essere trattenuto. I “civilian internees”
137 HAMDI v. RUMSFIELD, Secretary of Defense, 542 U.S. (2004), controlling opinion by Justice Sandra Day
O’Connor.
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