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I CARABINIERI DEL 1944 - LE RESISTENZE AL REGIME COLLABORAZIONISTA



                  Rientrato in caserma, distrusse personalmente gli ordini di servizio ripor-
             tanti i nominativi dei sui uomini e si recò a riferire al Comandante del Gruppo
             interno  dei  carabinieri  dal  quale  dipendeva  direttamente.  «Il  ten.  col.  Rizzo,
             comandante del Gruppo, dopo di aver ascoltato il mio rapporto sui fatti, mi
             stendeva calorosamente la mano - scrive Comes - e mi diceva: “assassini, delin-
             quenti,  sanguinari,  ecco  dove  volevano  arrivare!  Volevano  compromettere
             l’Arma dei Carabinieri nella loro rappresaglia: ti sei comportato bene; ora sta a
             noi  difenderti”.  Mi  difesero,  tutti,  indistintamente  compreso  il  colonnello
             Comandante della Legione che mi aveva dato l’ordine di recarmi in Questura.
             Essi riuscirono ad evitare che fossi interrogato dai militari delle SS Tedesche e
             portato nella Casa dello Studente, come questi pretendevano» . Per evitare ritor-
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             sioni, Comes venne trasferito ad Albenga.
                  «Successivamente però, su ricorso del Prefetto di Genova e del Grimaldi
             alle  loro  Superiori  Autorità  del  Governo  di  Salò,  il  Comando  Generale  del
             Carabinieri, allora dislocato a Brescia, mi sottoponeva ad inchiesta formale e ad
             istruttoria penale. Venni più volte interrogato da un generale, che si qualificava
             dei carabinieri ma che quasi certamente non apparteneva all’Arma, il quale dopo
             avermi contestato il reato di rifiuto obbedienza ed acerbamente rimproverato
             per il grave atto di indisciplina m’invitò a non allontanarmi da Albenga per non
             compromettere ulteriormente la sorte degli altri ufficiali e militari dell’Arma, che
             prestavano servizio nel Nord. Chiamai allora presso di me mio fratello Ignazio,
             tenente spe dei Carristi, che era a Roma e faceva parte della formazione clande-
             stina  “Organizzazione  Commissariati”,  allo  scopo  di  poter  meglio  resistere,
             insieme, alle reazioni naziste conseguenti al mio comportamento. Egli mi rag-
             giunse ai primi di marzo 1944 e si affiancò costantemente nella mia azione fino
             alla  liberazione,  restando  alle  dipendenze  dell’eroico  comandante  partigiano,
             allora  tenente,  Vittorio  Solari  (“Antonio”).  Dopo  circa  un  mese,  perdurando
             l’istruttoria,  fui  prelevato  da  un  ufficiale  Superiore  di  Savona  ed  inviato  a
             Verona,  centro  di  raccolta  dei  carabinieri  catturati  per  la  deportazione  in
             Germania  […].  Fui  tradotto,  come  prigioniero  con  altri  militari  ed  ufficiali
             dell’Arma, in Germania presso al base aerea di Detmold, ed il 20-7-1944, a causa
             di un rilassamento di quel comando tedesco verificatosi a seguito dell’attentato
             ad Hitler, venivo rimandato al campo di raccolta con altri commilitoni sempre
             sotto scorta tedesca: durante un bombardamento aereo nel pressi di Verona,
             approfittando della momentanea assenza dei militari tedeschi di custodia, riusci-
             vo a fuggire e a raggiungere così di nascosto Alassio, dove ancora dimorava mio
             fratello, il tenente carrista, già menzionato, collaborava con me nella Resistenza.
             7    Ivi, p. 32.

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