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LIBRI
“Fra Europa e Asia. La politica russa nello spazio post-sovietico” cerca di
rispondere alle suddette domande attraverso un percorso in cui il filo rosso è il rap-
porto fra la Federazione Russa e le entità statuali indipendenti nate dalla disgrega-
zione dell’URSS.
Infatti, è proprio nel processo di integrazione regionale e nel sistema di relazioni
bilaterali e multilaterali della Russia con le repubbliche post-sovietiche che possono
essere rintracciati i fattori chiave dell’odierna identità politica di Mosca. Giannotti
ci guida sapientemente e con rigore scientifico in questo viaggio che può essere
suddiviso in tre tappe fondamentali.
Nella prima, lo studioso si concentra sul processo di disgregazione dell’Unione
Sovietica. Non è infatti possibile comprendere l’attuale politica estera russa senza
un’adeguata cognizione di ciò che la caduta del regime sovietico ha rappresentato
per la Russia non solo in termini di assetti politici e territoriali, ma anche quanto ad
autocoscienza e riposizionamento in un contesto mondiale del tutto nuovo. A tal
proposito, particolarmente interessante è l’analisi degli eventi culminati con l’epilo-
go del 25 dicembre del 1991, quando Gorbačëv pronunciò l’ultimo discorso al
popolo sovietico e rassegnò le dimissioni, decretando la morte definitiva del «primo
Stato socialista della storia». La nuova Federazione Russa si trovò dinanzi a due
incognite cruciali: ridefinire il proprio ruolo nel contesto globale; riconsiderare il
rapporto con gli altri Stati sorti dalle ceneri sovietiche.
Riguardo il primo punto, come sottolinea Giannotti, si possono individuare
diverse fasi. Inizialmente la nuova leadership el’ciniana optò per un atteggiamento di
completa rottura con il passato e un: «(…) pedissequo allineamento alle posizioni
occidentali su tutte le maggiori questioni internazionali (…)» .
(1)
Tale approccio mutò a partire dal 1996 quando Evgenij Maksimovič Primakov
divenne Ministro degli Esteri e, attraverso la cosiddetta dottrina della multivettoria-
lità, impostò una strategia di politica estera in cui l’obiettivo principale era quello di
conseguire un ruolo attivo all’interno della rinnovata cooperazione con
l’Occidente, ma con un chiaro recupero dell’interesse nazionale russo in tutte le
sue sfaccettature .
(2)
La linea di Primakov si mostrò ancor più decisa quando nel 1999 la NATO
senza l'autorizzazione delle Nazioni Unite attaccò la Serbia. Proprio in questa con-
giuntura storica l’avvento di Vladimir Putin segnò un ulteriore aggiustamento nella
politica estera del Cremlino che, fermo restando la determinazione a perseguire
l’interesse nazionale, tornò a cercare una forte partnership con l’Occidente e in par-
ticolare con gli Stati Uniti.
Per quanto riguarda il rapporto con i nuovi Stati nello spazio post-sovietico, dal
punto di vista russo, l’unica soluzione possibile era un’integrazione regionale, pro-
cesso che - per quanto a fasi alterne - avrebbe permesso alla Russia di conservare
una qualche influenza sui territori limitrofi e realizzare la transizione in maniera
meno traumatica. Una simile soluzione si richiamava, peraltro, ad una lunga tradi-
zione fatta di radici storiche e culturali comuni e teneva in considerazione anche i
meccanismi di interazioni economiche e militari che avevano creato saldi legami fra
la Russia e il resto del territorio sovietico.
(1) Così A. GIANNOTTI, nel volume di cui alla presente recensione.
(2) Interesse nazionale che, come specifica l’autore dell’opera, si traduceva in questa fase storica
nell’opposizione all’interventismo delle potenze occidentali nelle questioni interne agli altri
Paesi e una rinnovata autoconsapevolezza sul ruolo della Russia come principale protagonista
delle relazioni internazionali e, in particolare, come attore di primo piano nella regione euroa-
siatica.
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