Page 36 - Forestale N. 58 settembre - ottobre 2010
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La botte, prima dell’uso, doveva essere accura- serviva a produrre il cremortartaro usato come
tamente sciacquata con acqua bollente mista a lievito, rinfrescante per polveri effervescenti e in
soda, in modo che il legno si dilatasse, evitando tintoria. Gli attrezzi del mestiere erano il rascet
perdite di vino. (raschietto) e il sapin, una zappa ricurva dal
Per lavarla internamente si usava, invece, acqua manico molto corto.
profumata ottenuta con un infuso di foglie di Con il deposito del vino si formava sempre un
noce, di pesca e di un’erba speciale detta “carera”. po’ di tartaro che a volte poteva raggiungere
Il botalè lavorava a periodi, in particolare prima uno spessore di due centimetri. Il lavoro era
della vendemmia, anche per venti ore al giorno, piuttosto lungo e per pulire una botte s’impie-
pur di soddisfare la clientela. gava anche mezza giornata. La rasa in piccola
percentuale arrecava un buon profumo al vino,
L’incontro con l’ultimo bottaio ma se non veniva asportata, dopo qualche anno
“Ai miei tempi si faceva tutto a mano, perfino la lo trasformava in aceto. Da qui la necessità di
zina, l’incavo di otto-nove millimetri nella parte intervenire con un’azione di pulitura.
interna della doga dove si incastrava il fondo” Sovente il rasin doveva lavorare con un fazzo-
mi spiegava anni fa l’ultimo bottaio della Valle letto davanti alla bocca per vincere l’effetto
Belbo. dell’acido, talmente forte da lasciare in bocca un
“Una volta tagliati i pezzi per il fondo, si mette- gusto amaro e da far lacrimare gli occhi.
vano insieme con chiodi a due punte.
I fusti migliori erano quelli di rovere, ma per la ... a profumare le botti
grappa l’ideale era il frassino, per il suo colore Alcuni rasin smontavano le doghe una per una,
bianco. Per il vino si poteva impiegare anche il segnandole con un gessetto e rimontando poi
fusto di castagno, che costava cinque volte di diligentemente tutti i pezzi; le botti venivano
meno rispetto a quello di rovere, ma conteneva profumate a fine lavoro con un infuso di foglie
però il tannino per cui bisognava spalmarlo di pesco sparso sulle pareti della botte con un
internamente di paraffina”. apposito paletto.
La botte era così pronta. Di anno in anno si cari- Se le botti erano grandi, questi specialisti fatica-
cava però di tartaro e occorreva pulirla vano di meno; se, al contrario, erano piccole,
raschiandola a fondo. Entrava allora in gioco sorgevano difficoltà per l’utilizzo degli attrezzi
un’altra figura suggestiva: il rasin. ed era necessario assumere una posizione di
lavoro scomodissima.
Di cascina in cascina... Spesso nelle cantine in cui lavoravano non c’era
Lavoratore girovago come il botalè, il raccoglito- la luce elettrica e si ricorreva alle candele. Un
re di tartaro passava di cascina in cascina, da lavoro quindi disagevole al massimo. Quando
luglio a settembre, in cerca di botti, tini e barili uscivano dalle botti, i rasin emanavano un odo-
da pulire dall’incrostazione. re sgradevole e i loro abiti erano unti e bisunti.
Vestito con abiti scuri, il raccoglitore di tartaro Le tecniche moderne hanno da tempo mandato
era ospitato dai contadini e lavorava compen- in pensione botalè e rasin, ma non per questo
sando talvolta la propria fatica con la rasa vanno dimenticati. Sono anch’essi parte dell’af-
raccolta, ritenuta abbastanza preziosa in quanto fascinante storia del vino.
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