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San Giovanni Gualberto, il messaggio di un Patrono


                    ronia, al giovane Gualberto non risparmiò né foga nell’indigna-
                    zione né  vigore reattivo. Il valore della chiamata divina aveva
                    cambiato l’essenza di tutto, e la sua furia morale si rivolse pro-
                    prio contro gli spregiatori dell’umana dignità, i seguaci dell’ere-
                    tico Simon Mago che l’Alighieri, circa due secoli più tardi, con-
                    dannerà “letterariamente” alla punizione eterna.
                    In seguito all’episodio, maturò in lui il desiderio di dedicare a
                    Dio la propria esistenza al riparo dal malcostume imperante e si
                    risolse a lasciare il convento che l’aveva accolto, per osservare
                    più intensamente la regola vivendo appartato.  La propria virtù
                    spirituale gli aveva acquistato molto credito sia presso l’ordine
                    che presso i notabili dei luoghi frequentati, tanto che, nell’occa-
                    sione, una ricchissima e pia nobildonna  gli fece dono di un
                    immenso latifondo chiamato Acquabella (antico nome di Val-
                    lombrosa), poco distante da Firenze. Fra’ Giovanni Gualberto ed
                    i seguaci iniziarono alacremente a gettare le basi della  maestosa
                    abbazia che, da secoli, invita al raccoglimento ed alla spiritualità,
                    non tralasciando alcuno degli uffici di una comunità religiosa.
                    Soprattutto quello che è appartenuto al clero fin dai primi anni
                    della cristianità, ovvero l’interpretazione (da parte di insigni teo-
                    logi), la conservazione e la trasmissione dei più importanti teso-
                    ri dell’arte e dell’ingegno umani.
                    Tale funzione, ma non è la sola, basta ad onorare e ringraziare i
                    grandi presidi religiosi chiamate abbazie: per secoli, quando l’i-
                    gnoranza dei popoli avrebbe sottomesso barbaramente l’esilità
                    delle memorie storiche all’impellenza bruta dei propri bisogni,
                    esse preservarono gelosamente al futuro arte e conoscenza che
                    non avrebbero, altrimenti, scampato i guasti  del tempo. La con-
                    gregazione di semplici, di “umili” addottorati creata dalla virtù
                    morale di Giovanni Gualberto, prese il patronimico dal luogo in
                    cui visse, e ancora oggi gli appartenenti si chiamano con sempli-
                    cità monaci vallombrosani. Forse i fatti veri di quella vita sono
                    confusi nei troppi anni passati, forse la mitografia che avvolge i
                    santi ha alleggerito una cronistoria appannata, nella quale sareb-
                    be stato difficile riconoscere il momento preciso della conversio-
                    ne, e ne ha introdotto uno didascalico, ritoccandolo con i tratti
                    incisivi dell’insegnamento.
                    E’ leggenda ciò che sappiamo, oppure i racconti sono plausibili?


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