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Le Donne neLLA JIhAD
umani e sulla capacità dello Stato di occuparsi dei propri cittadini radicalizzati. Al
contrario, altri Paesi europei hanno adottato strategie più articolate e orientate al
reinserimento. In Germania e Danimarca, per esempio, si sono sviluppati program-
mi di deradicalizzazione che combinano il monitoraggio giudiziario con il supporto
psicologico e il coinvolgimento delle famiglie. In particolare, in Danimarca, il cosid-
detto “modello Aarhus” ha cercato di sottrarre i soggetti radicalizzati alla logica car-
ceraria, puntando invece su un approccio educativo, terapeutico e sociale. In
Germania, si sono moltiplicate le iniziative a livello locale che coinvolgono madri,
mogli e sorelle dei radicalizzati, riconoscendo il ruolo cruciale delle f gure familiari
nel processo di uscita dall’estremismo. In Olanda, un intero reparto carcerario è
stato adattato per accogliere donne ex combattenti, of rendo loro programmi edu-
cativi e di reinserimento. In Francia, già nel 2014, erano stati istituiti centri di sup-
porto alle famiglie per prevenire le partenze.
Il nostro Paese, pur essendo stato toccato in misura minore dal fenomeno dei
foreign fighters, non ha ancora def nito un modello organico di intervento. I per-
corsi giudiziari restano frammentari e la normativa antiterrorismo, sebbene ef cace
nella repressione e nelle attività di intelligence, fatica a distinguere tra i diversi livelli
di coinvolgimento: attivismo ideologico, complicità af ettiva, pressione familiare o
semplice marginalità sociale. Manca, in particolare, un investimento strutturale
nella prevenzione, nel supporto psicologico e nel reinserimento, elementi cruciali
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per evitare recidive e of rire una vera alternativa alla narrazione jihadista .
In conclusione, di fronte a un fenomeno così complesso come quello del ter-
rorismo islamico al femminile, è sempre più urgente un approccio integrato, capace
di unire repressione e recupero, giustizia e umanità. Solo così sarà possibile af ron-
tare in modo ef cace e duraturo il nodo della radicalizzazione. Ne deriva la necessità
di una giustizia più sensibile al genere, capace di riconoscere la specif cità delle tra-
iettorie femminili, ovvero del coinvolgimento delle comunità locali, delle istituzio-
ni scolastiche e religiose, in un lavoro capillare di prevenzione e sensibilizzazione.
La radicalizzazione femminile non si può combattere con soluzioni emergen-
ziali, ma con una strategia di lungo periodo fondata sull’inclusione, la cittadinanza
attiva, l’educazione e la costruzione di un immaginario alternativo. È una sf da che
interpella tutti: dallo Stato alle famiglie, dalle scuole alle moschee, dalle associazioni
alle università. Solo una risposta condivisa, integrata e rispettosa delle diversità può
restituire alle donne radicalizzate - ed ai loro f gli - la possibilità di scegliere un futu-
ro diverso, lontano dalla violenza.
36 Corriere della Sera - Reportage. (2014), Così l’europa prova a rieducare i jihadisti, https://reportage.cor-
riere.it/esteri/2014/cosi-leuropa-prova-a-rieducare-i-jihadisti, ultima consultazione giugno 2025.
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