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DOTTRINA



                  Il modello mafioso da quegli anni in poi è stato infatti replicato e adottato
             da molti gruppi criminali in formazione: tale processo imitativo ha coinvolto
             dapprima i clan già vicini all’esperienza della Banda e poi, via via, un numero
             sempre maggiore di organizzazioni operanti sul territorio cittadino. È in questa
             fase che il sistema criminale romano ha assunto le caratteristiche di “laborato-
             rio”, che ancora oggi lo rendono un caso empirico peculiare e che rappresenta-
             no una sfida ai paradigmi classici della letteratura sul fenomeno mafioso.
                  Si tratta di un panorama eccezionalmente variegato che cercheremo di rias-
             sumere in questo contributo attraverso tre linee di osservazione: la presenza delle
             mafie tradizionali; le forme di radicamento di alcune organizzazioni autoctone par-
             ticolarmente significative; quello specifico fenomeno criminale ricondotto per anni
             nel dibattito tra gli studiosi e nell’opinione pubblica al nome di “Mafia Capitale”.


             2.  Le organizzazioni mafiose tradizionali
                  All’interno  del  processo  di  espansione  delle  mafie  tradizionali,  Roma  -
             data la sua posizione geografica e la varietà e l’ampiezza degli interessi rappre-
             sentati nella capitale - non poteva non rivestire un ruolo centrale. Come è noto,
             alcuni boss arrivarono nel Lazio portati dai soggiorni obbligati, altri in fuga
             dalle faide che si combattevano nei territori di origine, altri ancora all’interno di
             un preciso disegno strategico espansionistico. A Roma essi furono accolti da un
             mercato sufficientemente ampio e ricco da ospitare tutti, senza contese, e da
             una società che non aveva ancora sviluppato gli strumenti per leggerne e con-
             trastarne l’avanzata. Ciò consentì ad alcuni tra i più importanti clan siciliani,
             calabresi e campani di mettere radici in un sistema che, più che segnalarsi per la
             classica assenza dello Stato, esprimeva piuttosto un “pieno di Stato” .
                                                                               (3)
                  La prima mafia a insediarsi, come noto, fu Cosa nostra, spinta dall’“antica
             vocazione romana”  che sin dal dopoguerra portò sul litorale laziale alcuni dei
                               (4)
             più importanti boss palermitani, ai quali negli anni Ottanta si aggiunsero cata-
             nesi e gelesi. Dopo il naufragio del primo grande progetto di espansione degli
             anni  Sessanta  e  Settanta ,  la  presenza  sul  territorio  e  negli  affari  della  città
                                     (5)
             venne comunque garantita dal trasferimento di alcuni personaggi di assoluto
             rilievo, che fungevano da teste di ponte per l’intera organizzazione.


             (3)  Nando  DALLA CHIESA,  Ilaria  MELI,  Le  mafie  a  Roma.  Una  storia  a  strati.  Dal  dopoguerra  al
                  Duemila, op. cit.
             (4)  Commissione Parlamentare Antimafia, Relazione sulle risultanze del gruppo di lavoro inca-
                  ricato di svolgere accertamenti sullo stato della lotta alla criminalità a Roma e nel Lazio, X
                  Legislatura, Roma, 1991.
             (5)  Nando  DALLA CHIESA,  Ilaria  MELI,  Le  mafie  a  Roma.  Una  storia  a  strati.  Dal  dopoguerra  al
                  Duemila, op. cit.

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