Page 70 - Quaderno 2017-5
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L’agricoltura italiana non sempre può essere intensiva e le tipologie di coltivazioni
vanno protette da contaminazioni.

      Occorre riorganizzare il territorio, decidere una politica di consumo “zero” del suolo
e impedire l’abbandono delle coltivazioni.

      I piccoli coltivatori devono poter continuare le proprie attività perché è il loro
sapere e la loro manualità a porre il primo tassello della qualità; allo stesso modo il know
how italiano nella trasformazione e nella realizzazione delle nostre eccellenze
gastronomiche, va tutelato.

      Non si deve però confondere la necessaria tutela delle specificità storiche che
distinguono le produzioni di pregio italiane con un semplice atteggiamento
conservazionistico, dimenticando la necessità di promuovere un continuo processo di
elaborazione che rinnovi e mantenga vitali le conoscenze e le abilità che sono alla base
delle caratteristiche distintive del made in Italy.

      Non dimentichiamo che i nostri prodotti storici sono nati da innovazioni
rivoluzionarie e da ibridazioni culturali. I cereali sono arrivati dalla Mesopotamia, la
maggior parte dei fruttiferi dall’Asia e molti ortaggi dal sud America, caprini e ovini dal
nord Africa, ecc.

      La competizione sul mercato agroalimentare di qualità è, in larga parte, una
competizione di territori; un sistema produttivo locale di qualità può mantenere nel tempo
il proprio vantaggio competitivo soltanto se è anche capace di rinnovare i presupposti
della competitività attraverso l’innovazione.

      Le condizioni che permettono a un sistema produttivo locale di avere successo sono
soggette a cambiamenti più intensi e più frequenti rispetto al passato e l’apprendimento è
diventato uno dei modi sui quali si basa la competizione economica.

      Prendendo in prestito dalla sociologia una celebre citazione, “bisogna pensare locale e
agire globale”: valorizzare la nostra diversità nel mondo.

      Non si può accettare che le esportazioni agroalimentari italiane si mantengano
ampiamente sotto il loro potenziale, non si possono regalare più di sessanta miliardi di
euro a chi si appropria della nostra identità, perlopiù con atti, ad oggi, non ritenuti illeciti
in troppi paesi nel mondo.

      Occorre migliorare la nostra rete distributiva, le grandi catene italiane non vanno
all’estero, e questo ci penalizza sul piano internazionale.

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