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Conclusione
Alla luce di quanto sinora emerso dalla trattazione in oggetto, appare evidente come
il percorso di integrazione nell’ambito della cooperazione di polizia e giudiziaria in materia
penale fra Paesi appartenenti all’Unione Europea sia ancora in fieri e, con ogni probabilità,
ancora lontano da una sua concreta ed efficace realizzazione.
Tuttavia, lo strumento giuridico del Mandato di Arresto Europeo si è effettivamente
dimostrato una pietra angolare di tale auspicata prospettiva europea che ha consentito,
seppur parzialmente, il raggiungimento di una prima fase di armonizzazione - e non, sia
chiaro, sovrapposizione e/o unificazione - dei sistemi penali vigenti nei Paesi dell’Unione
Europea.
Infatti, il Mandato di Arresto Europeo, oltre a esplicare i suoi effetti giuridici di
indubbia semplificazione rispetto al percorso estraditivo, ha consentito una profonda
riflessione in termini giuridici su tematiche di aspetto comune; ha incalzato studiosi e
operatori del diritto di estrazione sociale, culturale e giuridica sicuramente dissimile a
confrontarsi sulla base di un testo comune in ambiti, prima del 2002, inesplorati. Tale
fatto rappresenta, di per sé, una effettiva rivoluzione giuridica in ambito europeo.
Nondimeno, il processo di integrazione nell’ambito dello spazio di libertà, sicurezza
e giustizia ed in particolate nel settore della cooperazione di polizia e giudiziaria in materia
penale, non può considerarsi esaurito. Le nuove sfide proposte dalla contingente
situazione geopolitica internazionale, con particolare riferimento alla minaccia terroristica
dalle caratteristiche mondiali e allo sviluppo di una criminalità organizzata sovranazionale,
impongono un’attenta riflessione circa la direzione che l’Unione Europea vorrà
intraprendere. Immaginare oggi il concetto di Stato Nazionale dal profilo ottocentesco
isolato nella sua pretesa esclusiva sovranità risulta quantomai anacronistico nonostante
l’indirizzo espresso dal recente British withdrawal from the European Union Referendum del 23
giugno 2016. Parimenti, l’afflato antieuropeista dilagante fra i vari Paesi dell’Unione
promosso dai cosiddetti “partiti euroscettici” non può e non deve essere sottovalutato.
Urge, dunque, una scelta ben precisa al fine di perpetuare il lungo progetto iniziato il 9
maggio 1950 con la Dichiarazione Schuman che risulta con ogni probabilità essere quella

