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E Ellooggiioo ddeelllloo ssccaarrppoonnee
          E Ellooggiioo ddeelllloo ssccaarrppoonnee





          Compie duecento anni e li dimostra tutti. Un viaggio a ritroso in punta di
          vibram e “zappette” tra storia, aneddoti, curiosità e indiscrezioni, volando
          sulle note di “Vecchio Scarpone” ma sempre con i piedi ben saldi per terra
                                                                   di Ivan Demenego



                 na storia umile che viene dal basso? Quella dello
                 scarpone? Per carità, non scherziamo. Non sarà una
          U marcia trionfale attraverso i boschi e i secoli, tutta
          avi, blasoni e progenie dorate, ma è innegabile che
          rappresenta una bella e onesta spedata lunga un paio di
          cento anni, ricca di idee e di intelligenza, di funzionalità e di
          inventiva, questo ieri come oggi.
          Ma se proprio non vogliamo rinunciare all’icona classica,
          che li vede ai piedi della gente semplice di montagna, duri e                                    c
          coriacei come i loro possessori, compagni fidati nei campi
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          come nel bosco, bene, allora scendiamo ancora un po’ più                                         u
          in giù, questa volta veramente raso terra. Andiamo alla
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          radice di un mito tutto legna e polenta, partiamo dal punto                                      l
                                                                                                           l
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          più basso possibile, parliamo delle suole.                                                       t
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          I nostri nonni, sempre quelli dei monti, non facevano grandi
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          differenze tra un paio di scarpe e l’altro, anche perché                                         u
          c’erano quelle della domenica, quelle “buone”, da tirare a
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          lucido, e quelle da lavoro. Queste ultime, nella maggior                                         r
                                                                                                           r
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                                                                                                           r
          parte dei casi, rientravano nella categoria degli scarponi.                                      a
          Tra le une e le altre le differenze erano poche, soprattutto                                     a
          nelle rispettive versioni invernali. Pesanti e coriacee le
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          prime come le seconde, si differenziavano proprio nelle
          suole. Quelle della domenica erano pilottate – passi il
          termine gastronomico – di chiodini dalla testa tonda e a
          rilievo, chiamati brocche, che evitavano al montanaro
          poco accorto ruzzoloni in caso di neve e fango;
          gli scarponi, invece, roba più tenace e
          spartana, in aggiunta alle “brocche”,
          potevano contare sui chiodi a
          “zappetta”. A differenza dei cugini dalla
          testa tonda, che trasformavano la suola
          in una versione più funzionale della
          Vergine di Norimberga con presa e
          stabilità relative, i chiodi a zappetta
          avevano come territorio di elezione il
          profilo delle scarpe, e come funzione
          quella di mordere qualunque cosa finiva
          sotto i loro spigoli taglienti – dalla terra ai
          tronchi scivolosi – garantendo quel
          surplus di aderenza oggi chiamato grip.
          È chiaro che, a parità di scarpe, con
          suole del genere non si poteva andare in
          giro la domenica, non certo per motivi
          estetici, ma per il rischio di scartavetrare i
          pavimenti di chiese, stube e osterie.                                                                Il Forestale n. 31/2005
          La storia dello scarpone, per come lo
          conosciamo oggi, si distacca da quella
          della scarpa, per come la conoscevano
          ieri – perché sfido chiunque a definire

                                                                                                   P Paagg.. 1199
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