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asce squadravano il primo tronco da segare, ni piantati nei torrenti, in luoghi cioè in cui era
dopo averlo ridotto alla misura voluta. Quindi lo impossibile far passare i carri e bisognava abbat-
issavano sul cavalletto assicurandolo allo stesso tere la pianta e lavorare di falegnameria sul
con corde e catene. Il lavoro vero e proprio posto. I “pezzi” lavorati venivano poi portati su
poteva così incominciare e i “trentin” dovevano a spalla fino al piano soprastante e quindi cari-
necessariamente operare in coppia: uno saliva cati sui carri dei padroni del bosco, tirati da buoi
sul tavolo e tirava verso l’alto la grande sega, o da cavalli.
avendo cura di seguire nel taglio la marca in Diversi “trentin” si sono fermati nei nostri paesi,
rosso preventivamente tracciata mentre il suo mettendo su famiglia, anche se la loro professio-
compagno spingeva la sega controllando l’esat- ne, col passare del tempo non veniva più
tezza dell’operazione. Era un lavoro duro da praticata, in quanto il legname da lavoro lo si
rompere le ossa e per fortuna che si trattava di trovava già pronto presso le segherie del paese,
un’occupazione strettamente stagionale. Le ri- mentre incominciavano ad operare anche nelle
chieste avvenivano sul finire dell’inverno quando nostre zone falegnami e carpentieri e stavano
gli alberi abbattuti dai committenti ad inizio otto- nascendo i primi mobilifici”. Che ne siano rima-
bre erano ormai asciutti. L’unica avvertenza (o sti in Langa e Monferrato, questo è ampiamente
superstizione) quella di non iniziare il lavoro in dimostrato dai diversi cognomi di chiara origine
periodo di luna nuova, perché la saggezza veneta che ancora oggi troviamo su queste colli-
popolare insegnava che per il legname ”luna ne, ma i trentin, come ancora ci ricorda il signor
nuova significa camula (tarlo) sicura”. Bianchi, terminate le richieste di lavoratori del
legno, diventarono maestri nella lavorazione
della pietra, per la costruzione di case e muri di
Un lavoro pesante,
sostegno.
spaccavano anche le pietre Sovente spaccavano le pietre per il fondo stra-
“Era un lavoro molto duro e faticoso - ci raccon- dale, non essendoci ancora almeno qui da noi la
ta Bianchi Giuseppe (Bepino) di Cossano Belbo, possibilità di asfaltare le strade, e, in questi casi,
classe 1929 - e la loro opera era indispensabile, dopo aver radunato grossi mucchi di pietre lungo
in quanto segavano soprattutto quei grossi casta- il fiume Belbo, si mettevano seduti per terra su
un sacco pieno di paglia e con una mazzetta,
pesante mezzo chilo, le spezzavano, possibil-
mente dello stesso spessore in modo che il fondo
stradale rimanesse del medesimo livello.
I “trentin” avevano una loro divisa: nei giorni la-
vorativi inforcavano pantaloni di fustagno, ma
alla domenica si vestivano alla montanara con
pantaloni e giacca di velluto marrone e in testa
un cappello a larghe tese.
Ho conosciuto uno di questi “artisti del legno”
trapiantato sulle nostre colline del Basso Pie-
monte. Aveva messo su famiglia, un pezzo di
vigna l’aveva avuto in dote e il mestiere lo face-
va solamente più per arrotondare e per impiegare
© Ufficio Stampa CFS / Settore Audiovisivi se cose e in particolare la grappa. Ma provvide in
fruttuosamente i mesi morti della campagna.
Del suo Veneto certamente gli mancavano diver-
proprio: dai graspi delle proprie uve con un appa-
recchio rudimentale, ma funzionale ecco la
“sgnappa”, l’unica vera medicina contro la nostal-
gia e le malattie di stagione, come diceva agli
amici.

