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LIBRI
Elena Taddia
L’occhio di Rubens. Genova, 1600
Mauro Pagliai Editore, 2019, pagg. 143, euro 15,00
Elena Taddia è una studiosa che ha orientato la pro-
pria ricerca verso la storia culturale dell’età moderna,
con particolare attenzione alla storia del crimine e del
corpo.
Nel corso della sua carriera professionale ha dato
alle stampe numerose pubblicazioni scientifiche in ita-
liano, francese e inglese, mentre con questo volume si
cimenta nel romanzo storico.
La struttura del romanzo è organizzata su un prolo-
go, cinque capitoli e un epilogo. Come ricorda l’autrice,
il volume si basa su fonti storiche accurate che ella ha utilizzato sapientemente
attraverso l’opera finzionale.
Le vicende si basano su documenti inediti, principalmente manoscritti, che la
Taddia ha potuto consultare nel corso delle sue ricerche in archivi e biblioteche a
proposito della Genova a cavallo tra il Cinquecento e il Seicento.
Ciò che immediatamente affascina del testo è la capacità di immergere il lettore
in uno spaccato storico lontano dalla quotidianità di questi anni segnati dalla pan-
demia, ma allo stesso tempo reso vicino per le ansie di quegli uomini e di quelle
donne che vivevano, accanto ai piaceri, le paure per una nuova epidemia pestilen-
ziale che pure aveva colpito quelle terre.
In realtà, la Taddia magistralmente riesce a tratteggiare finemente l’ambiente
culturale della Genova di quegli anni, una città-stato che aveva appena spostato il
peso della sua bilancia commerciale dai possedimenti nel Mediterraneo Orientale
al ricchissimo impero spagnolo grazie all’abilità dei suoi banchieri e mercanti.
Ciò che si può apprezzare è proprio il clima che la Superba viveva in quel perio-
do di transizione tra il Cinque e il Seicento quando i fiamminghi come Rubens e
Van Dick costituivano una presenza costante nella città per raffigurare gli uomini
e le donne dell’alta società dell’epoca. In questo senso, il grande merito dell’autrice
non consiste unicamente nel sapere descrivere il quadro generale di quegli anni, ma
nella capacità di saper delineare particolari e aspetti quotidiani che emergono dalle
carte d’archivio che la studiosa ha consultato a lungo. Si potrebbe dire che, attra-
verso la sua narrazione, la Taddia riesce a far ascoltare il cinguettio degli uccellini
che tanto piacevano a Giulio Pallavicino o a far apprezzare l’odore di limoni, tama-
rindi e di quegli alberi perfettamente inseriti nel clima ligure che molte ville fuori
città custodivano gelosamente riparati dalle alte mura.
In particolare, il romanzo si muove attorno a un fascicolo, reperito quasi per
caso, intitolato “Lettere per quel si vede d’amore, sonetti pur d’amore”, scritti di
un sacerdote, Dominico Bertoni. Ecco che la finzione mette in relazione prete
Bertoni con Giulio Pallavicino, con Rubens e con Sofonisba Anguissola, carisma-
tica figura di pittrice di quegli anni che frequentò a lungo la corte spagnola di
Filippo II, mentre si affaccia sulla scena un giovane Antoon van Dick.
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