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testimone, anche se nata come  metodo per validare testimonianze rese da minori (in

               particolar modo a seguito di abusi sessuali).
                     Nel condurre un colloquio bisogna innanzitutto evitare un clima intimidatorio  ed

               un’atmosfera  tesa; occorre poi  prevedere  periodi di gioco ed evitare sguardi intensi. È

               opportuno iniziare il colloquio chiedendo al bambino di raccontare un episodio recente che

               lo riguarda, al fine di verificarne il livello di sviluppo linguistico e sociale e impostare quindi
               un’intervista adatta al soggetto. È bene utilizzare frasi brevi e grammaticalmente semplici,

               adoperando gli stessi termini utilizzati dal minore.

                     L’intervista ideale si compone di varie fasi. La prima ha come obiettivo la costruzione

               di un rapporto con il minore che gli consenta di sentirsi il più possibile a proprio agio. Tale
               atmosfera  supportiva può favorire una migliore accuratezza, poiché  si ritiene che più il

               bambino è tranquillo più è disposto a dare informazioni. Un clima d’intesa si può creare con

               vari  accorgimenti,  come  ad  esempio  permettere  al  bambino  di  stare  con  un  adulto  di
               riferimento all’inizio dell’intervista, oppure di portare con sé un gioco. Successivamente si

               passa alla fase di racconto libero, durante la quale è necessario chiedere al  bambino  di

               raccontare con  parole proprie l’accaduto. L’intervistatore deve rispettare le pause della

               narrazione, e  senza  porre ulteriori domande, poiché  spesso il bambino riprende

               spontaneamente il racconto. Segue poi la fase in cui l’intervistatore fa domande specifiche,
               ma aperte e  non  guidanti,  per  poter  chiarire  e  meglio interpretare  le  informazioni  già

               raccolte. Le domande devono essere chiare, semplici e brevi, e non devono mai contenere

               informazioni  che non siano già  state  presentate  dal  bambino  nel  proprio  racconto.  Un
               elemento interessante è il fatto che anche quando non capiscono una domanda, raramente i

               bambini chiedono spiegazioni. A tal proposito giova riflettere  sull’atteggiamento ed i

               presupposti da cui partono gli adulti quando parlano tra di loro ed a come questi schemi

               mentali potrebbero essere inappropriati e dannosi quando ci si interfaccia con i bambini. In
               questi casi, infatti, non si deve partire dal presupposto che i bambini siano in grado di

               utilizzare i processi linguistici al pari degli adulti, e soprattutto si deve entrare nell’ottica che

               non è detto che i bambini chiedano spiegazioni su ciò che non è loro chiaro, e questo perché

               spesso i bambini neanche si rendono conto di non aver capito pienamente cosa viene loro
               chiesto.

                     Le domande guidanti possono rilevarsi molto utili in caso di minore reticente, ma dal

               momento in cui questi inizia a parlare è necessario porre domande  neutrali. È necessario

               anche limitare le domande introdotte da particelle come chi, quando o dove, in quanto


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