STORIA E CULTURA
Le piante simbolo del Natale
01/11/2016



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Il bosco ha un’infinità di risorse, comprese quelle che ci rallegrano durante le feste, in modo particolare nel periodo natalizio. Ecco allora che alcuni degli abitanti delle nostre foreste diventano, come d’incanto, messaggeri di momenti felici e forieri di speranze di cose nuove e tranquillità. Ma queste piante che vanno ad abbellire gli angoli della casa, che si usano per dare un tocco di colore, generalmente il rosso dei loro frutti, ai pacchetti dei regali con la fantasia di tenere lontani gli spiriti maligni, hanno avuto ed hanno tuttora una valenza per la nostra salute.
Ecco elencate le loro proprietà.

L’ABETE
La pianta destinata a divenire l’albero di Natale è balsamica per la sua resina che ha azione battericida. L’infusione delle gemme in acqua bollente è espettorante e combatte la tosse. La resina era spesso mescolata a cera e applicata sul petto per respirare a lungo le esalazioni benefiche. Chiamata “pece di Borgogna”, serviva per fare cere e cerotti per depilazione. Un’acquavite a base di aghi di abete può essere usata in cataplasmi o bagni contro le screpolature della pelle. A Vallombrosa, indiscusso “santuario” dei Forestali d’Italia dove si venera San Giovanni Gualberto, i monaci preparano da tempi immemorabili un liquore chiamato “lacrima d’abeto”, prodotto dai semi di abete bianco e benefico per chi soffre di emicrania.

IL VISCHIO
Era la pianta sacra dei Druidi Galli. La raccoglievano con i loro falcetti, ma non doveva mai toccare terra altrimenti avrebbe perso tutti i suoi poteri. Per i popoli antichi il vischio rappresentava qualcosa di magico, di imperscrutabile. Era una pianta che andava ad attaccarsi spesso su alberi sacri e quindi non poteva che essere altrettanto sacra; non moriva d’inverno, ma rimaneva sui rami secchi come una luna argentea, viva. Era noto sin dall’antichità come ipotensivo, pettorale, antigottoso ed antiepilettico. È comunque una pianta tossica per la presenza di un alcaloide (viscotossina) e quindi da usare con le dovute cautele. Le sue bacche contengono anche colina, acetilcolina, flavoni, saponine, mucillagini. possono aggiungere radici di liquerizia e grani di finocchio. In numerose ricette di cucina vegetariana o tradizionale si dice che i giovani getti del pungitopo possono essere consumati come le punte degli asparagi selvatici. Le saponine presenti ne rendono sgradevole il gusto ma in periodi di carestia il loro consumo era veramente comune.Infine ci sia consentito di ricordare un uso “romantico” del vischio: il bacio sotto uno dei suoi rametti, quale buon augurio per il nuovo anno.

L’AGRIFOGLIO2
Deve le sue proprietà alla presenza, nelle foglie e nella corteccia, di tannino ed elicina, che lo rendono sudorifero e febbrifugo. Le febbri per le quali è più indicato sono quelle di palude, che fa calare gradualmente e non in una sola volta come fa la china. È anche un buon antispasmodico. Si preparano in genere i decotti delle foglie (fresche o secche) o della corteccia; le radici, pestate in acqua, davano cataplasmi da applicare sulle lussazioni articolari. Dell’agrifoglio non si possono usare le bacche, velenose per l’uomo poiché causa di gravi irritazioni allo stomaco, nei casi più gravi con rischio di emorragie; commestibili invece per gli uccelli. All’agrifoglio, oggi coltivato per la sua resistenza all’inquinamento, erano attribuite virtù magiche perché proteggeva da spiriti maligni, incantesimi e fulmini. Forse anche per questo è una delle piante tenute in casa nel periodo natalizio in segno propiziatorio. La tradizione cristiana ha mantenuto questa usanza ma con un nuovo significato: l’agrifoglio è il simbolo della corona di spine messa dai soldati sulla testa di Gesù prima della sua crocefissione.
Può essere abortivo. Le sue parti verdi hanno uno specifico effetto vasodilatatorio e diuretico, sfruttato contro ipertensione ed arteriosclerosi. Secondo alcuni sarebbe anche anticancerogeno: nelle neoplasie avrebbe effetto la sua azione necrotizzante delle cellule infiammate ed anormali, lasciando praticamente intatti i tessuti normali.

IL PUNGITOPO3
È una pianta diuretica. Il rizoma è indicato come stimolante renale, nelle nefriti ed affezioni in genere delle vie urinarie. Per questi scopi faceva parte anche dello “sciroppo delle cinque radici”, insieme a sedano, finocchio, prezzemolo ed asparago. La radice si usa in decotto: 20/30 gr di rizoma in un litro d’acqua, si fa bollire per una ventina di minuti e se ne prende a volontà. Per correggere il gusto acre si possono aggiungere radici di liquerizia e grani di finocchio. In numerose ricette di cucina vegetariana o tradizionale si dice che i giovani getti del pungitopo possono essere consumati come le punte degli asparagi selvatici. Le saponine presenti ne rendono sgradevole il gusto ma in periodi di carestia il loro consumo era veramente comune.