Spy story all’italiana

Nella Messina di primo Novecento, un caso di cronaca divise l’opinione pubblica: protagonista il capitano del Regio Esercito Gerardo Ercolessi, accusato di spionaggio

080-Immagine-di-Gerardo-ErcolessiIl ’900 sarà pure stato un “secolo breve”, come lo definì lo storico inglese Eric Hobs­bawm, ma fu estremamente audace e movimentato. Fin dai suoi esordi, l’Europa è una turbolenza di confini in via di definizione e di affermazione. Le rivalità fra vicini sono altissime. Si cercano posti al sole nel dirimpettaio continente africano, ma gli spazi per piantare ombrelloni e bandierine sono pochi. La Francia in special modo ha “opzionato” la Tunisia e dal porto di Biserta annusa il profumo degli agrumi di Sicilia. E questo ai Savoia, che hanno faticato a conquistarla poco tempo prima, non va proprio giù. Temendo quindi un assalto all’isola o ancor peggio un’eventuale incursione verso Roma da parte di una flotta francese – il 1882 è stato l’anno della Triplice Alleanza con l’impero tedesco e con quello austro-ungarico –, viene messo un  “portone blindato” sull’uscio di casa, rappresenta­to dallo Stretto di Messina. Ventitré poderose fortificazioni incassate fra le montagne delle due sponde, invisibili dal mare e imprendibili da terra. Impossibile passare, senza il consenso delle guarnigioni di presidio. Poi, soddisfatti per il lavoro compiuto in pochi anni, gli strateghi ripongono piani di mobilita­zione, mappe e piantine nella cassaforte del Distretto Militare peloritano pensando di poter dormire, almeno su questo fronte, sonni tranquilli. Peccato che la chiave della cassaforte venga posata in un banale cassetto della scrivania…

A narrare gli eventi accaduti nella città siciliana tra il 1900 e il 1906 è il professor Vincenzo Caruso, Direttore del Museo Storico della fortificazione permanente dello Stretto, che ha spulciato archivi militari e giornalistici di mezza Italia per ricostruire una spy-story che segnò gli albori dello Stato unitario italiano, suscitando notevoli clamori internazionali.

Dalla ricerca effettuata è nato il saggio Il caso Ercolessi. Una storia di spionaggio militare nella Messina di primo Novecento, edito dall’Istituto di Studi Storici “Gaetano Salvemini”. Nel testo sono riportate non solo la ricostruzione dei fatti, ma anche l’eco che essi ebbero sulla stampa italiana, con una polarizzazione fra innocentisti e colpevolisti che ricalca da vicino le dinamiche che caratterizzarono, nella Francia del 1894, il caso Alfred Dreyfus.

Ma torniamo ai fatti e allontaniamoci dallo Stretto. Nel 1902 la città francese di Marsiglia è il “porto delle nebbie” per eccellenza. Qui si intrecciano vite e storie di personaggi ambigui e faccendieri di ogni tipo. Tra questi l’ingegner Paul Larguerre, un misterioso imprenditore che tesse, per conto del governo francese, la tela di confidenti e agenti segreti operanti in mezza Europa, specie in Italia. «Larguerre», scrive Caruso, «viene a sapere dai suoi informatori che al Distretto di Pesaro si trova comandato il tenente di Fanteria del Regio Esercito Gerardo Ercolessi, sposato con Guglielmina Zona».

080A-Locandina-realizzata-per-l'Esposizione-di-Parigi-del-1900Le precarie condizioni economiche della coppia diventano il fulcro su cui l’ingegnere ha facilità di leva. Un conterraneo dell’Ercolessi, Luigi Paladini, sul libro paga del Larguerre, viene incaricato di avvicinarlo e cooptarlo nella rete di informatori. Paladini raggiunge la coppia e riesce a vincere le iniziali resistenze della donna, prospettando un rapido arricchimento e l’ingresso nel bel mondo dell’alta società. Lei, estremamente ambiziosa, acconsente, trasci­nando nell’operazione il marito. Così, su invito di Paladini, i coniugi Ercolessi partono per Torino. Lì si ferma la signora Guglielmina men­tre il tenente Ercolessi prosegue oltre confine e ad Aix-les-Bains incontra l’ingegner Larguerre, che continua nell’opera di seduzione del giovane, debole e spiantato ufficiale, irretendolo con un’accoglienza lussuosa fra cene, locali di classe e bella vita. Così il gruppo raggiunge Parigi e – dopo una visita abbagliante all’Esposizione Universale allora in corso, con i magnifici padiglioni, la svettante Torre Eiffel inaugurata appena undici anni prima e le altre meraviglie provenienti da tutto il mondo – Larguerre conduce il suo ospite al Ministero della Guerra dove, dimostrando massima familiarità, gira per i corridoi e le stanze fino ad un ufficio in cui mostra allo sprovveduto Ercolessi «piani di guerra, piante di fortezze, documenti segreti e riservati, istruzioni e cifrari provenienti da diversi Paesi stranieri».

La riluttanza dell’ufficiale, ove mai si sia manifestata, è spazzata via dal tintinnio di denaro sonante: 300 lire al mese di fisso più un variabile da stabilire in base al valore dei documenti trafugati. Questo il prezzo del tradimento. Stabi­liti i patti e i ruoli (Paladini continuerà a fungere da intermediario), Ercolessi riceve una speciale macchina fotografica, avveniristica per i tempi e ritorna in Italia.

Il traffico di documenti, purtroppo, si attiva e per due anni le foto di materiale riservato giungono in Francia secondo le procedure stabilite. Ercolessi, intanto – siamo a settembre del 1901 – viene promosso capitano e trasferito a Messina. Tutto fila liscio fino a quando Paladini viene “attenzionato” dai servizi segreti italiani e deve essere sostituito. Subentrano nelle relazioni tra Larguerre ed Ercolessi altri intermediari, che continuano a gestire il traffico di informa­zioni dall’Italia alla Francia. Uno di questi, tale Antonio Severini, non si sa se per scrupolo, disattenzione o calcolo, entra in contatto con i servizi segreti italiani e nello specifico con il capitano dei Carabinieri Cesare Oddone, che incontra a Napoli il 5 novembre 1902. All’ufficiale Severini racconta tutto di Larguerre ed Ercolessi, mostrando i documenti che avrebbe dovuto portare in Sicilia.

Il capitano, valutando l’importanza del materiale documentale, decide di partire insieme a Severini alla volta di Messina. A questo punto non è chiaro cosa accade. Il Severini tenta un approccio con i coniugi Ercolessi, ma viene respinto freddamente dalla signora Zona che, intuendo una trappola, nega di conoscere Larguerre o che lei o suo marito abbiano mai avuto rapporti d’affari con l’ingegnere francese.

Severini quindi è costretto ad allontanarsi da Messina senza essere riuscito a riavviare i contatti con Marsiglia. L’Arma, intanto, continua a monitorare l’abitazione e i movimenti di Ercolessi, raccogliendo prove sempre più pesanti. A gennaio del 1904 un agente italiano, residente a Bordeaux sotto le mentite spoglie di tale Gustave Vallère, spedisce una lettera alla signora Zona chiedendole di interagire con lui per la spedizione di “alcune merci”. L’uomo riesce ad ottenere un appunta­mento con la Zona, disponibile, ovviamente dietro compenso, a fornire il materiale richiesto. A vestire i panni dell’inesistente Gustave Vallère sarà un altro scaltro ufficiale dei Carabinieri, il tenente Giulio Blais, che il 26 giugno incontra per la prima volta la donna. L’ufficiale, con modi garbati, ottiene la fiducia della signora, entrando in confidenza con lei e con il marito. Ercolessi addirittura mostra un eccesso di zelo insperato,  tanto da sollecitare lui stesso un incontro a colui che crede essere un agente straniero disposto a pagare bene i frutti del tradimento.

Atti relativi alla difesa delle coste, orari ferro­viari di mobilitazione e altro materiale riservato vengono così proposti al tenente Blais, corredati da riscontri fotografici. Di tutto questo Ercolessi ha l’immediata disponibilità e manifesta l’inten­zio­ne di darne copia, a pagamento s’intende, già nei giorni successivi. La presenza inattesa di due ufficiali nella stanza di lavoro di Ercolessi impedisce però a quest’ultimo di attuare il suo proposito; è costretto così a rimandare il suo in­terlocutore di un giorno. La trappola, però, ormai è pronta a scattare. Blais si presenta a casa Ercolessi, dove viene ricevuto dalla moglie. Dopo poco viene raggiunto dall’ufficiale infe­dele, che torna con la copia di alcuni testi riservati e la promessa di portarne di ben più scottanti nel pomeriggio. È fatta. Il 5 luglio 1904 è il gior­no del doppio blitz: al Distretto militare di Messina, con la perquisizione degli uffici e a casa Ercolessi. Nella cassaforte dell’edificio militare viene accertata la mancanza di importantissimi atti, parte dei quali vengono ritrovati, insieme a fotografie di orari ferroviari e ad altre pellicole, a via Palermo, l’indirizzo degli Ercoles­si, nelle pieghe del materasso. L’ufficiale e sua moglie vengono tratti in arresto dai carabinieri comandati dal tenente Blais.

Il caso del capitano Ercolessi destò un clamore senza precedenti, che si riverberò ben oltre i confini nazionali; il processo davanti alla Corte d’Assise di Messina andò avanti per ben venti udienze. Le principali testate spedirono in riva allo Stretto i propri corrispondenti che tennero alta l’attenzione non solo con la cronaca del processo ma anche riportando i commenti dell’opinione pubblica, divisa tra quanti invocavano la pena di morte per fucilazione alla schiena e gli “innocentisti per pietà”, che minimizzavano la gravità del gesto. La difesa dei due imputati, facendo leva proprio sui sentimenti di compas­sione popolare, specie per i due giovanissimi figli della coppia, ottenne contro l’evidenza delle prove la piena assoluzione di Guglielmina Zona. Se la cavò con una condanna a cinque anni e dieci mesi, invece, Gerardo. Che non scampò tuttavia alla pena, ben più grave, dell’umiliazione: nella giornata di domenica 14 gennaio 1906, alle otto del mattino, venne degradato nella piazza d’armi della Real Cittadella di Messina ed espulso dall’Esercito.


di Giorgio Gatto Costantino