I maestri del sorriso

Antologia degli umoristi italiani del Novecento. Massimo Troisi

096-Disegno-di-MelantonDefinito “il comico dei sentimenti” per la spontaneità, la delicatezza, e una velata malinconia, è stato attore, regista, sceneggiatore e affabulatore tra i più amati del teatro e del cinema. La commozione per la sua prematura scomparsa – causata da un attacco cardiaco conseguente a febbri reumatiche di cui soffriva fin da bambino – avvenuta a Castelfusano, Ostia, il 4 giugno 1994, all’età di 41 anni, è ancora profonda nel cuore di milioni di ammiratori. Si era fermato a riposare in casa della sorella Anna Maria subito dopo l’ultimo ciak per il film Il postino.

Nel 1996, proprio per Il postino, fu candidato al Premio Oscar come autore della migliore sceneggiatura non originale e come migliore attore, nel ruolo intenso e indimenticabile del portalettere Mario Ruoppolo, accan­to a Philippe Noiret, che impersonava il poeta cileno Pablo Neruda nel periodo del suo esilio in Italia. Tra i due na­scerà un istintivo legame di stima e amicizia profondissime.

Nel cast del film c’è anche una dolce ed espressiva Maria Grazia Cucinotta, alias Beatrice Russo, destinata a diventare la fidanzata di Mario, il quale saprà conquistarla declamando le poesie d’amore passategli da Neruda, dopo che il giovane postino lo ha quasi ammonito con questa frase: «La poesia non è di chi la scrive... È di chi gli serve!».

Nato a San Giorgio a Cremano, Napoli, il 19 febbraio 1953, istintivamente attratto dalla recitazione, dopo le prime brillanti esperienze in una piccola compagnia amatoriale, Massimo Troisi si era messo subito in evidenza nella seconda metà degli anni Settanta con il gruppo comico “La Smorfia”, di cui facevano parte anche Enzo Decaro e Lello Arena. Un gruppo impostosi con immedia­tezza all’attenzione e al gradimento del pubblico fin dall’esordio televisivo nella trasmissione Non stop, e poi ne La sberla, ai tempi mitici del cabaret italiano. I tre intrattenevano gli spettatori con un repertorio tipicamente partenopeo, ricco di spunti e riflessioni su Napoli, i suoi costumi, le tradizioni, i pregi e difetti, ma anche con esilaranti storie surreali...

Indimenticabili alcune scenette, come quella dell’Arca di Noè, durante il Giudizio Universale, quando Troisi, che vuole salirci senza essere autorizzato, viene ripetutamente respinto dal patriarca e dal figlio Cam, nonostante il ten­tativo di fingersi un animale raro da salvare, di specie sconosciuta e inconsueta, e inventando via via i “minolli” o i “rostocchi”, che l’intransigente Noè – per toglierselo di torno – assicura essere già saliti a bordo... 

O quella della Natività (che provocò anche alcune denunce per vilipendio alla religione di stato, poi rientrate e risolte), allorché l’Angelo Gabriele (Arena), accompagnato da un Cherubino (Decaro), comunica all’ignara moglie di un pescatore, scambiata per la Madonna (Troisi), la prossima nascita di Gesù, al grido di «Annunciazione! Annunciazione!... Tu, Marì, Marì, fai il figlio di Salvatore: Gabriele ti ha dato la buona notizia... Annunciazione! Annunciazione!».

Sciolta dopo qualche anno la compagnia, il naturale talento creativo e recitativo di Massimo si esprimerà ancora più apertamente nel suo primo film, Ricomincio da tre, al quale parteciperà anche Lello Arena. Emblematico, nella sua ineccepibile giustezza, il dialogo fra i due amici agli inizi del film. Dice Troisi: «Chell ch’è stato è stato... Basta: ricomincio da tre». Arena lo corregge: «...Da zero! Ricomincio da zero...». «Nossignore!», risponde piccato Troisi. «A me tre cose me so’ riuscite dint’a vita... pecché aggia perdere pure chest? Aggia ricomincià n’ata vota da zero?... No: da tre!».

Uno dei suoi film più belli, empaticamente ed equamente spartito con Roberto Benigni (anche nella sceneggiatura e regia), è Non ci resta che piangere, ambientato alla fine del Quattrocento, da annoverare tra i capolavori assoluti del cinema comico italiano di sempre. Le cronache raccontano che tra le scene che si è reso necessario girare numerose volte, a causa delle frequenti interruzioni dovute alle spontanee risate dei due stessi protagonisti, c’era quella della dogana, che molti lettori sicuramente ricorderanno, e che comunque riproponiamo.

A bordo di un carretto con alcune vettovaglie, i due amici sono appunto fermati da una sentinella al posto di dogana, e per vari contrattempi hanno qui inizio le reiterate e cantilenanti richieste del doganiere (il quale, peraltro, non alzerà mai lo sguardo dal suo registro): «Alt! Chi siete? – Siamo due, che... – Cosa fate? Cosa portate? – Niente, roba... – Sì, ma quanti siete? – Siamo due: io e lui... – Un fiorino! Mentre i due stanno per ripartire, dal carretto scivola per terra un sacco, e poi di nuovo un altro, e si fermano. E ogni volta il doganiere ricomincia: – Alt! Chi siete?... – Cosa fate? Cosa portate?.... – Sì, ma quanti siete?... – Un fiorino!...».

Fra le varie chicche, c’è anche un aperto omaggio alla famosa lettera che – in un altro indimenticabile film –  Totò e Peppino scrissero alla “malafemmina”. Troisi e Benigni, in questo caso, la scriveranno a Girolamo Savo­narola, rivolgendosi con accorato rispetto, iniziando con “Santissimo Savonarola, quanto ci piaci a noi due! Scusa le volgarità eventuali... Noi siamo due personcine perbene che non farebbero male nemmeno a una mosca, figuria­moci a un santone come te... varrai più di una mosca, no?...”; e concludendo – dopo varie esilaranti proposizioni – con un commiato di estrema umiltà e soggezione: “Noi ti salutiamo con la nostra faccia sotto i tuoi piedi, senza nemmeno chiederti di stare fermo. Così puoi muoverti come ti pare e piace, e noi zitti sotto...”.

Troisi amava Napoli e la “napoletanità”, difendendola con orgoglio autentico: «Io non mi sento mai rapportato ai napoletani. Io mi sento napoletano, che è ben diverso. Io so’ napulitano. Nu l’aggia dimustrà a nisciuno, e nu l’aggia spiegà. Penso e sogno in napoletano!».

Pur conscio delle proprie attitudini, e gratificato dai costanti riconoscimenti alla sua personalità artistica, si sentiva sempre in imbarazzo. Quando è stato avvicinato dalla critica ai più grandi nomi del teatro e del cinema partenopeo, rispose: «Se mi accostano a Totò e a Eduardo, a me sta benissimo: sono loro che si offendono».

L’ironia, e l’autoironia, erano fra le doti più espressive di Massimo. Quando gli chiesero come e dove avesse avvertito il sacro fuoco dell’arte, aveva risposto: «Comm’aggio accuminciato? Ecco: io ero ’nu guaglione... Ero andato a vedere un grande film. Roma città aperta, chilla mera­viglia di Rossellini. Me n’ero uscito r’o cinema co’ tutte quelle immagini rrint’a capa, e tutte quante l’emozioni dentro... allora, mi sono fermato nu mumento e m’aggio ritto: “Massimo, da grande tu devi fa’ ’o geometra”».

Tornando al suo ultimo capolavoro, Il postino (ispirato al romanzo Ardiente paciencia dello scrittore cileno Antonio Skàrmeta), il geniale comico-attore-affabulatore Troisi ci ha regalato infine un momento di grandissima e indimenticabile poesia: è nella scena dove – per fare un regalo al suo amico Neruda, che era partito definitivamente dall’Italia – l’umile portalettere registra su un nastro magnetico i “suoni dell’isola”, dandone a ciascuno un titolo. Comincia da «Mare: onde della cala di sotto, piccole», prosegue con «Onde grandi», poi «Vento della scogliera», «Vento dei cespugli», «Le reti tristi di mio padre», «Campana dell’Addolorata (con prete)», e conclude con un magistrale e commovente «Cielo stellato».

Quasi che il poeta Neruda potesse “ascoltare” quel cielo mediterraneo nella sua magnifica bellezza.

(11. continua)


di Melanton