Dove amano i cigni

Un viaggio on the road nell’affascinante Islanda, terra di vulcani e ghiacciai, geyser e arcobaleni, dove alla rada presenza umana fa da contraltare l’esplosione incontenibile della natura
Veduta del villaggio di Arnarstapi, sulla costa occidentale dell'IslandaL’icona della musica pop Björk ha eletto a propria dimora un antico casino di caccia sull’isola di Ellidaey, dove non vi è alcun altra abitazione. Ma non dobbiamo pensare che la cantante simbolo dell’Islanda sia una privilegiata. Ognuno dei 320mila abitanti di questa terra di arcobaleni, cascate, vulcani, lagune, spiagge di cenere e lava, coni zampillanti di lapilli e geyser fumanti, pascoli verdi e iceberg blu a mollo in lagune celestiali – ma anche deserti, promontori a picco sull’Oceano Atlantico, “balconi naturali” sospesi sul Circolo Polare Artico – può scegliere di erigere una casa in mattoni, in torba, in lamiera o legno in un punto qualsiasi dei suoi 103mila chilometri quadrati di superficie, il 3 per cento dei quali sommersi dalle acque; un territorio incorniciato da scogliere che precipitano vertiginosamente, falesie spettacolari frustate dal vento.

Non v’è, d’altra parte, in Islanda, il rischio di soffrire in alcun modo la solitudine: ci sono le balene che sguazzano felici, le pulcinelle di mare con i loro becchi colorati, le mandrie di cavallini tölt dal manto bianco e marrone, a tenervi compagnia. E c’è soprattutto il miracolo della “terra del ghiaccio” – questo il significato del nome Islanda – che rinnova i suoi colori e profumi in ogni stagione dell’anno.

La primavera è ideale per prenotare un camper e partire per un viaggio on the road, “inforcando” il Ring, la strada numero uno che gira attorno all’isola, lungo un percorso complessivo di 694 chilometri, da Reykjavik a Egilsstaöir, da Occidente a Oriente, seguendo la costa, per poi compiere avventurose deviazioni nel cuore dell’Islanda, facendo un primo, imprescindibile stop a Thingvellir, il primo e forse unico Parlamento open air esistente nel mondo: la seduta inaugurale si tenne, infatti, nel lontano 930. Certo, questa insenatura naturale che taglia le zolle tettoniche, cinta dal corso d’acqua dell’Oxarà, non è comodissima, ma per gli abitanti della terra dei ghiacci non poteva essere eletto luogo più suggestivo di questo scenario costituito da rocce basaltiche e vallate, per trarre l’ispirazione ideale allo scopo di emanare leggi giuste ed eque.

A poca distanza da qui, tre anni fa, il paesaggio fu completamente avvolto da una spessa coltre grigia: era la cenere eruttata dall’Eyjafjallajökull, il vulcano che con la sua rabbia causò la chiusura dei cieli di mezzo mondo, e la conseguente cancellazione di ben 107mila voli aerei. Adesso, quieto e mansueto, si lascia ammirare, come la vicina cascata di Skógafoss e i ghiacciai “fratelli” dello Skaftafellsjökull e Svinafellsjökull, ai quali si accede attraverso tappeti di tundra, muschi e licheni tappezzati di fiori selvatici.

Luccica di blu ed è piena di giochi di specchi, invece, la fantascientifica Laguna di Jokulsarlon, formata dalle nevi del ghiacciaio Breidamerkurjökull: a bordo di imbarcazioni anfibie, si solcano iceberg che paiono scolpiti, auscultando il rumore dei blocchi che si sciolgono, prendendo forme sempre diverse.

Incredibile si presenta anche lo spettacolo offerto dal Lago di Lón, in cui migliaia di cigni bianchi si scambiano effusioni, indifferenti agli occhi dei viaggiatori esterrefatti. Del resto, lo stupore in Islanda è continuo. Basta percorrere poche altre decine di chilometri, ad esempio, perché il “regista” – per gli abitanti locali, spiriti dei monti, elfi, gnomi, fate, folletti, troll e angeli sono gli attori da lui diretti – di quest’isola cambi il copione. Così, nella piana di Modrudalur ci s’imbatte in un vero e proprio deserto di altipiani sabbiosi, in cui l’unica traccia umana è la fattoria in torba di Fjallakaffi. Di sicuro, però, non si corre il rischio di finire senz’acqua. O di non vedere arcobaleni. Ponti multicolori gettati tra terra e cielo vi danno sempre il benvenuto, infatti, alle Cascate di Dettifoss, affacciate sopra un lungo canyon nella cui pancia scaricano tutta la loro potenza, fatta di 193 metri cubi di acqua al secondo, la maggior portata in tutta Europa.

Per osservare da vicino le balene, invece, bisogna spostarsi più a Nord, costeggiando la baia di Oxarfjördur sino allo storico villaggio di Husavik, dove ogni giorno salpano imbarcazioni attrezzate appositamente per il whale watching. Per poi fare tappa in un’altra meraviglia della natura, Godafoss, ovvero la Cascata degli Dei, e successivamente dirigersi tra i campi di lava intorno al vulcano Krafla per il trekking intorno ai coni e raggiungere quell’hemmental di fumarole che sbuffano a Namafjall Hverir. A poca distanza si eleva lo Skutustadagigar, con i suoi pseudo-crateri creati da bombe laviche che hanno... colpito ma non affondato il lago di Myvatn.

Anche i fiordi dell’Ovest regalano “cartoline” impossibili da affrancare: la spiaggia di Bildudalur col suo estuario infinito, le alte scogliere di Latrabjarg, il bizzarro museo di Minjasafn Egils Olafssonar (www.hnjotur.is), che a Hnjotur, oltre alle navi vichinge e a scarpe composte da pelli di pesce, ha collezionato pescherecci d’epoca e carlinghe di aerei americani fatti arrivare chissà come sin quassù.

E quando si spegne il sole – molto tardi, per la verità –, ecco il cielo accendersi delle luci porpora, arancio, rosso e verde delle aurore boreali. Magiche volpi dalla coda infuocata, che fanno sognare come la voce di Björk.