In ospedale per il velo

Per quanto possa sembrare paradossale, tra le donne islamiche c’è chi ritiene che quella di portare il velo sia un’affermazione di libertà, e comunque una scelta legata alla propria intimità, strettamente e indiscutibilmente personale. Sono donne che meritano rispetto, come lo meritano però anche quelle che, a una simile forma di libertà, volentieri rinunciano. Specie se si trovano a vivere in un paese che dell’Islam poco o nulla conosce, e i cui abitanti tendono a guardare con malcelata diffidenza tutte quelle manifestazioni religiose che non appartengono alla propria tradizione e che facilmente vengono confuse con il fanatismo. In un simile contesto si è consumato il dramma di una donna nordafricana di trentotto anni, residente nel centro storico di Genova, che si è rivolta ai carabinieri della Stazione di Genova Maddalena per denunciare le violenze subite da alcuni connazionali per essersi rifiutata di indossare non solo il velo integrale, ma anche il più semplice jihab, quello che, per intenderci, tiene coperti soltanto i capelli. A due negozianti di frutta e verdura, marito e moglie, proprietari di un esercizio commerciale in via Canneto il Lungo, andrebbero attribuiti insulti e aggressioni, ma anche alla figlia e al genero della coppia, che secondo la ricostruzione dei militari dell’Arma sarebbero stati i primi a rivolgere le proprie indesiderate “attenzioni” nei confronti della donna, sottoponendola a una vera e propria persecuzione, conclusasi all’inizio di febbraio con un ricovero in ospedale e una prognosi di cinque giorni. La vittima, sposata con un altro marocchino che sembra invece approvare il suo comportamento, è un’immigrata regolare, con un permesso di soggiorno e un lavoro come badante. Ma per i suoi connazionali, ha avuto il grave torto di tradire le sue origini, mostrandosi irrispettosa dei precetti islamici. Un comportamento, quello della famiglia fermata dai carabinieri del MAsUPS Giuseppe Cotugno, che è stato condannato anche dall’Imam e Presidente del Centro islamico di Genova Hussein Salah, che ha ricordato come la pratica religiosa sia una questione di coscienza individuale, e come nessuno possa arrogarsi il diritto di imporla a qualcun altro.