Figli della notte

Il 9 maggio è la Giornata del ricordo delle Vittime del terrorismo. In quel giorno del 1978 veniva ucciso Aldo Moro; la sua scorta era stata invece trucidata il 16 marzo in via Fani
La drammatica scena dell'eccidio di Via FaniSono passati al secolo con un nome gravido di minaccia: anni di piombo. Un termine coniato in Germania che ben si presta a rappresentare quella stagione. Fu piombo di proiettili, di tempi cupi in cui era un attimo perdere la vita o trovarsi in terra con le gambe insanguinate. Resta un senso di sconcerto, per una pretesa rivoluzionaria che ha portato solo sangue di innocenti. Resta il dolore dei loro cari, intatto a dispetto dei decenni trascorsi. Mogli che hanno perso il compagno della vita, bambini privati di un padre che li avrebbe condotti per mano lungo il cammino della crescita. Ragazzi come Gianni e Paolo Ricci, che il 16 marzo 1978 avevano undici e nove anni. A tanti come loro è dedicato il libro Figli della notte di Giovanni Bianconi (Dalai), che ripercorre in una rassegna di storie familiari la complessa vicenda del terrorismo in Italia. Il capitolo dedicato ai Ricci ci illustra la loro vita dal punto di osservazione del piccolo Gianni, oggi un criminologo e sociologo di 48 anni.

Abitavano a Roma, nella zona di Cinecittà, da cui papà Domenico, appuntato dei Carabinieri addetto alla scorta di Aldo Moro, la mattina prendeva due autobus. Presso il garage di piazzale della Radio ove erano custodite le auto dello Stato incontrava il maresciallo Oreste Leonardi, caposcorta, e con lui proseguiva verso l’abitazione dell’esponente politico, in via del Forte Trionfale. Il mezzo assegnato era una Fiat 130 blu, che a Gianni sembrava bellissima: c’era salito due volte e gli era rimasta talmente impressa che l’aveva disegnata per i suoi compagni. Che non fosse blindata, per lui, non era importante. Il dettaglio non era passato inosservato agli occhi dei brigatisti che preparavano l’agguato. Nel loro codice era “l’operazione Fritz”, dalla frezza bianca che caratterizzava i capelli dell’esponente democristiano.

Domenico Ricci era un padre severo ma affettuoso, attento a trasmettere ai figli un’adeguata educazione. Era consapevole dei rischi che correva, tanto che nelle ultime settimane aveva richiesto, invece della pistola d’ordinanza, un revolver 38 special, più adatto ai conflitti ravvicinati. Nel caso di un attacco a sorpresa gli sarebbe servito a poco, lo sapeva, ma voleva fare il possibile. La sera, quando tornava a casa, riponeva l’arma sopra un armadio, dove i bambini non potevano arrivare.

Il 15 marzo 1978 Gianni aveva giocato a calcio coi suoi amici. Aveva perso e il papà cercò di consolarlo, poi lo mise a letto facendogli la solita carezza. La mattina dopo l’appuntato Ricci non era di turno. Aveva però accettato di sostituire un collega, che quel giorno doveva accompagnare la moglie dal dottore. Uscì di casa presto, ritirò la 130 dal garage e alle 8.30 era in via del Forte Trionfale. Nemmeno mezz’ora dopo, l’auto svoltava per via Fani. Accanto all’autista c’era il maresciallo Leonardi, sul sedile posteriore l’onorevole Moro. Li seguiva un’Alfetta bianca con tre agenti di Pubblica sicurezza: il vice brigadiere Francesco Zizzi, le guardie Giulio Rivera e Raffaele Iozzino. Quel che accadde dopo è noto a tutti: un nucleo delle Brigate Rosse attaccò la scorta, che non ebbe il tempo di reagire. Furono tutti uccisi. L’uomo politico, sequestrato, seguirà la loro sorte nel giorno scelto per ricordare i Caduti di quella stagione.

Chi sparò in via Fani raccontò al processo che la reazione dei due carabinieri lo aveva colpito. In quei frangenti, lo sapeva per esperienza, chiunque tendeva solo a ripararsi dai colpi. Invece il maresciallo Leonardi si preoccupò di proteggere l’onorevole volgendosi verso di lui per farlo abbassare, l’appuntato Ricci insisté nel difficile tentativo di svincolare il mezzo, bloccato dai terroristi, e portare la personalità sotto protezione fuori dal pericolo.

Gianni, quella mattina, era in casa con la madre Maria. A lezione sarebbe andato di pomeriggio, nella sua scuola c’erano poche aule e così si facevano i doppi turni. Appresero dell’agguato da una telefonata e si attaccarono subito alla radio. Il primo notiziario riportò che uno degli uomini di scorta era solo ferito e il bambino, umanamente, pregò che fosse suo padre. Vennero poi la fine delle speranze, le visite degli amici e dei parenti, le immagini dell’auto crivellata, i dettagli sulla dinamica della strage.

Non sappiamo quanto l’individuazione degli autori, la loro condanna, siano state per Gianni di conforto. Quanto calore gli abbia trasmesso, ai funerali di Stato, la presenza di centomila persone. Negli anni del liceo, grazie a un insegnante d’italiano, egli approfondì l’argomento del terrorismo. Scoprì di appartenere a una lunga schiera di familiari di vittime. Oggi frequenta ancora le scuole, non più da studente. Ci va per testimoniare ai ragazzi la propria esperienza, il proprio dolore. Si è appassionato, ad esempio, alla realizzazione del corto The Five Dragons (la locandina nella foto a destra) da parte degli alunni dell’Istituto Tecnico Commerciale “Donato Bramante” di Pesaro, diretti dal professor Paolo Radi. Per il film, dedicato ai carabinieri che hanno combattuto il terrorismo, il docente e tre alunni “attori” (Giuliano Bedini, Nicola La Casa e Riccardo Urbinati) sono stati ricevuti il 9 maggio 2012 dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che ha voluto complimentarsi di persona per l’iniziativa.

E il dottor Gianni Ricci ha voluto inserire il lavoro dell’istituto pesarese nella giornata di studi che si è tenuta il 12 maggio successivo a Staffolo e San Paolo di Jesi, paese d’origine di suo padre, organizzata insieme all’Associazione Nazionale Carabinieri.

Il ricordo dei cari sostiene nella vita. La Memoria degli errori passati aiuta a comprenderli, magari servisse a non commetterne più. In tempi così difficili, caratterizzati da disagio economico e tensioni sociali, parlare di questo ci è sembrato importante.