L’impegno dell’Arma sui fronti di guerra

Storia dell’Arma. 29 - In Francia, pochi giorni dopo l’ingresso dell’Italia nella Seconda guerra mondiale; poi in Grecia; e poi ancora nell’Africa Settentrionale e in quella Orientale. Come sempre all’Arma toccarono i servizi di polizia e di intelligence, ma i suoi uomini furono anche impegnati duramente negli scontri a fuoco. E, come a Culqualber, si coprirono di gloria

Le uniformi dei Carabinieri dalle origini alla vigilia della Seconda guerra mondialeAlle operazioni belliche della Seconda guerra mondiale l’Arma partecipò in modo massiccio, mobilitando trentasei battaglioni, un battaglione paracadutisti, uno squadrone a cavallo, un gruppo autonomo, 19 compagnie autonome, un nucleo per le tradotte, 410 sezioni (miste, alpine, per l’aeronautica, celeri e motorizzate), nuclei presso i vari uffici postali, nonché distaccamenti presso i gruppi di armate, le armate, i corpi d’armata, le intendenze, le basi navali e aeree, le divisioni e le brigate.

«Le nostre prime operazioni belliche», racconta Giorgio Maiocchi (Carabinieri, due secoli di Storia italiana), «si svilupparono, se non altro per ragioni di contiguità territoriali, contro la Francia. Era una Francia che, pur mantenendo intatta la sua forza difensiva sull’arco alpino, era ormai disfatta sotto l’attacco tedesco. L’imminenza del suo crollo definitivo condizionò le nostre operazioni sul “fronte occidentale”, di volta in volta frenandole e spronandole. Dal 21 al 24 giugno, i giorni della “battaglia delle Alpi”, i carabinieri si prodigarono in mille modi: nel servizio di polizia, in quello di scorta, in quello di sicurezza nelle retrovie, in quello informativo (un reggimento mobilitato, che era in costituzione a Torino, non ebbe tempo di partecipare alla battaglia). Le truppe della 4a Armata, dislocate tra il Monte Grànero e il Monte Bianco, riuscirono, tuttavia, fin dal 21 giugno, ad infiltrarsi nel munitissimo schieramento nemico, superando l’accanita difesa francese e l’interdizione delle potenti fortificazioni. Veniva sorpassato il forte delle Traversette, erano occupati i primi villaggi della valle dell’Isère, e qualche altro progresso era compiuto lungo l’Arc e nei settori del Monginevro e del Pellice. Nei successivi giorni 22, 23 e 24 giugno, veniva attaccata la zona fortificata di Brianon, poi le sistemazioni nemiche della Tête dure e le difese dell’Authion. Venivano raggiunte le località di Bésans, Lansleville, Lansleburg e Bramans in Val Maurienne. Il forte Chanaillet era conquistato, occupata Ladipleville, fra Ubaye e Durance, e la posizione di Le Pilon, presso Mentone. La 7a Armata, inseritasi tra la 4a e la 1a, assumeva i settori del Monginevro e del Germanasca-Pellice. Erano raggiunte e sorpassate le opere del settore di Bardonecchia e completato l’aggiramento della conca di Abies, dell’opera di Pierre Ponteu e del complesso difensivo di Cap Martin. Ma a questo punto le nostre operazioni venivano sospese, in seguito alla domanda di armistizio, da parte della Francia, così alla Germania come all’Italia. L’armistizio sarebbe entrato in vigore il 25 giugno».

UN FORTE IMPEGNO. I reparti dell’Arma entrarono progressivamente nella campagna militare, a cominciare dal 10 giugno 1940, e furono presenti su tutti i fronti: oltre a quello delle Alpi occidentali, in Africa settentrionale, in Africa orientale, su quelli balcanici (greco-albanese, albanese-iugoslavo e giuliano-iugoslavo), in Russia, in Corsica e sulle coste dell’intera Penisola, delle isole, delle colonie e dei possedimenti. A questo grande dispiegamento di forze vanno ancora aggiunti 28 ufficiali, 281 sottufficiali e 1.059 militari di truppa addetti al Comando Carabinieri per la Marina, e 48 ufficiali, 246 sottufficiali e 4.295 uomini di truppa addetti all’analogo Comando Carabinieri per l’Aeronautica.

«Il principale compito dei reparti mobilitati», spiega Gianni Oliva (Storia dei Carabinieri, dal 1814 ad oggi), «fu quello, tradizionale, di polizia militare, nel quale furono impiegati 55.141 uomini. Nell’imminenza del conflitto, il regime aveva emanato un nuovo regolamento in materia, denominato Servizio in guerra, nel quale si definivano “le misure di polizia intese a garantire contro i danni che, nello svolgimento delle operazioni e nell’attuazione dei servizi, possono derivare da infrazioni a leggi o prescrizioni, da parte delle proprie truppe o delle popolazioni, e dalla divulgazione di notizie militari”. I compiti erano aggiornati rispetto al precedente regolamento del 1892 (non si parlava più, per esempio, del controllo di vivandieri e venditori, perché l’organizzazione logistica non aveva più bisogno di tali sussidi), ma era soprattutto sottolineata la funzione di controllo nei confronti della popolazione civile nelle zone di occupazione: “Far osservare dalle popolazioni civili delle zone delle operazioni le leggi, i regolamenti, le ordinanze e i bandi dell’autorità militare; prevenire e reprimere i reati; custodire gli arrestati”. In una guerra che, nelle intenzioni del governo fascista, doveva essere guerra di conquista e di espansione territoriale, il controllo della popolazione civile diventava prioritario, soprattutto sulla base degli insegnamenti dell’Etiopia, dove la resistenza guerrigliera aveva pregiudicato la stabilità dell’occupazione coloniale. Per ciò che riguardava invece la sorveglianza dei militari, “affinché osservino le leggi, i regolamenti e le prescrizioni speciali emanati dai comandi per il buon ordine durante le soste, in marcia e in combattimento”, le norme non si discostavano da quelle precedenti, salvo l’accentuazione del controllo sulla corrispondenza postale (per la quale il fascismo aveva predisposto fin dagli anni Trenta una complessa e sistematica organizzazione di censura). Al di là delle competenze specifiche di volta in volta determinate secondo le esigenze, il gran numero di carabinieri impiegati nel servizio di polizia militare si spiegava con la mancanza accertata di un consenso di massa tra i combattenti e nel Paese».

Oliva sostiene che «la guerra fascista fu subita passivamente e non accettata né compresa. In altri casi, specie tra i soldati provenienti dalle città operaie, l’atteggiamento verso la guerra giunse fino al rifiuto consapevole, anche se assai di rado politicamente motivato e tradotto in gesti di opposizione. L’opinione pubblica – e, di conseguenza, i soldati mobilitati – non voleva la guerra e soprattutto non voleva farla a fianco della Germania». Un rapporto della polizia politica a Mussolini del 1940 afferma che «lo spirito delle truppe e del Paese non è tale da costituire motivo di conforto e di consolazione. Si deve constatare la mancanza di entusiasmo sia da parte della maggioranza delle truppe che del Paese, dovunque si ripete il monotono ritornello dell’aspirazione alla licenza e al congedo». L’attività di controllo dei carabinieri, tuttavia, fu più tollerante di quella esercitata nel primo conflitto mondiale. «Mentre nel 1915-18 l’estraneità e l’opposizione alla guerra erano sentimenti radicati tra la popolazione e si traducevano in diffusi episodi di insubordinazione e di diserzione», scrisse Angelo d’Orsi nel saggio intitolato La polizia, «nella Seconda guerra mondiale l’area del dissenso era più limitata e comunque si manifestava in forme molto meno chiare. Vent’anni di regime, di oppressione ideologica, di eliminazione fisica e giuridica di qualsiasi opposizione politica avevano diffuso nel Paese uno stato d’animo di rassegnazione e di passività, per il quale la guerra veniva subita senza adesione ma anche senza capacità di rifiuto».

LA CAMPAGNA DI GRECIA. La campagna di Grecia fu il vero battesimo del fuoco per i Carabinieri in guerra. Le dieci divisioni comandate dal generale Visconti-Prasca si scontrarono ben presto contro le munite difese apprestate dal generale Alexandros Papagos lungo l’asperrima catena del Pindo. Dopo appena un mese l’offensiva italiana fu frustrata da duri contrattacchi di soldati greci, maestri nell’uso del mortaio e nell’assalto di fanteria, fierissimi nella difesa della loro antica patria e disgustati per l’attacco da parte di un popolo considerato confratello.

Tra il novembre e il dicembre 1940 i greci attaccarono con successo la posizione chiave di Koritza e respinsero gli italiani in Albania con gravi perdite di uomini e materiali. L’inverno 1940-41 vide una disperata difesa della linea Valona-Tepelino-Lago di Ocrida. La campagna di Grecia viene generalmente ricordata per le imprese degli alpini, in particolare quelli della divisione Julia, ma accanto a loro vi furono anche i carabinieri del 3° Battaglione. I seicento uomini del reparto furono accolti a Durazzo e a Tirana da un violento bombardamento della Raf (Royal Air Force). Il 19 novembre furono schierati con il 9° Reggimento Alpini sulla linea a cavallo della strada Premeti-Perati. All’avvento del nemico i carabinieri comandati dal tenente colonnello Giuseppe Contadini risposero all’attacco e non si ritirarono nemmeno quando la pressione avversaria divenne quasi insostenibile. I militi fecero piovere dozzine di micidiali bombe a mano e solo il cedimento di un altro settore li obbligò ad arretrare. Una loro compagnia ebbe il difficile incarico di coprire la ritirata e guadò il fiume Sarandaporos dopo che i genieri italiani ebbero fatto saltare il ponte di Perati.

Nel settore di Premeti, presso il comando della Julia, il Battaglione agì come forza di pronto intervento nei settori più minacciati. Il 16 dicembre, presso il delicato settore di Klisura, la Seconda Compagnia difese con le unghie e con i denti la quota 1.117 di Shesh Mal. Costretti nuovamente alla ritirata, i carabinieri cercarono di fermare i greci lungo la mulattiera per Klisura. Accerchiati, essi lanciarono un violento contrattacco. Vinsero la battaglia, nella quale morì il loro comandante, tenente Maggio Ronchey (Medaglia d’oro), e persero la vita un quinto degli effettivi. Per tutto dicembre e gennaio l’esistenza del 3° Battaglione si sgranò in un doloroso rosario di sofferte resistenze e tremendi assalti in una zona i cui nomi resteranno impressi nelle menti dei superstiti: Chiarista, Fratarit, quota 287 a Klisura. Le loro gesta furono ricompensate con una Medaglia di bronzo alla bandiera dell’Arma.

Nel settore greco-albanese erano presenti 106 ufficiali dell’Arma, 280 sottufficiali e 5.800 militari a piedi, più 97 uomini dello squadrone a cavallo. Oltre al 3° Battaglione Mobilitato ve ne erano altri nove, tutti impiegati a fondo sia nei combattimenti intorno a Monastir sia nel mantenimento della sicurezza contro il numero crescente di bande partigiane che operavano nella zona del Kossovo e di Scutari, oltre che nella difesa del passo Logorà o di altri punti critici del fronte greco e nel servizio di polizia.

La disgraziata campagna ebbe un sussulto in marzo con un tentativo di offensiva italiana che costò molto sangue ma ebbe risultati militari decisamente scarsi. Soltanto l’intervento della Wermacht consentì, in appena un mese, di piegare la resistenza greca.

SI COMBATTE IN AFRICA. La campagna africana, al comando del maresciallo Graziani, non cominciò bene per gli italiani. Forti di cinque divisioni, i nostri soldati avrebbero potuto (e dovuto) cacciare le deboli forze inglesi dall’Egitto, ma l’impreparazione, la cautela e le difficoltà logistiche li bloccarono a Sidi Barrani.

Al generale Wavell furono sufficienti due divisioni rinforzate e un po’ di fortuna per espellere, alla fine del 1940, le forze italiane dall’Egitto. Nel febbraio del 1941 la Cirenaica fu invasa, Tobruk capitolò e a Beda Fomm si concluse la distruzione di un totale di nove divisioni italiane. Soltanto l’arrivo al fronte di Erwin Rommel con la 21a Divisione Panzer produsse un radicale cambiamento della situazione. Il buon senso avrebbe suggerito agli inglesi di ritirarsi ordinatamente, ma a Wavell non sfuggì l’importanza di Tobruk, chiave del vitale sistema di comunicazioni lungo la costa. Per questo decise di mettere dentro la fortezza l’intera 7a Divisione australiana per difendere la piazzaforte. Rommel cinse d’assedio Tobruk e avanzò sui passi di Sollum e Halfaya. Wavell, già fortemente indebolito dall’inutile spedizione britannica in Grecia, fu costretto, sollecitato da Londra, a far qualcosa per spezzare l’assedio di Tobruk. Ma la sua offensiva si scontrò contro l’abilità strategica di Rommel. Mentre le armate dei due avversari si rafforzavano, dotandosi anche di nuovi mezzi, arrivò una piccola unità scelta dei carabinieri. Il Battaglione dei Carabinieri Paracadutisti era nato nella stessa culla delle aviotruppe italiane, la Scuola Paracadutisti di Tarquinia. Sulle stesse torri di lancio dove si addestravano i ragazzi della Divisione Folgore, era stato preparato anche il Battaglione dell’Arma. Alla metà di luglio giunse nella cittadina laziale l’ordine di partenza per l’Africa, «a disposizione di quel Comando Superiore Ffaa». Rinunciando a un piano di invasione dell’isola di Malta, i paracadutisti italiani furono impiegati in Libia come semplice fanteria scelta.

LA GLORIA DI CULQUALBER. I carabinieri si coprirono di gloria nella lunga battaglia di Culqualber, che ebbe inizio il 6 luglio del 1941 e si concluse il 21 novembre. Come sottolinea Gianni Oliva, «la battaglia di Culqualber fu l’atto finale della presenza italiana in Africa Orientale». Il caposaldo, che comprendeva la sella di Culqualber ed era attraversato da una rotabile a tornanti, era il passaggio obbligato verso il ridotto centrale di Gondar, dove il generale Guglielmo Nasi si era arroccato dopo la caduta di Cheren e dell’Amba Alagi. Nel mese di agosto la difesa fu rinforzata con il 1° Gruppo Carabinieri Mobilitato, articolato su due compagnie nazionali e una di zaptiè, che già aveva combattuto sulle alture di Blagir e dell’Incet Amba. I carabinieri furono destinati (come si racconta nel pregevole volume I Carabinieri 1814-1980 curato dall’Ufficio Storico dell’Arma) a «occupare il “Costone dei Roccioni”, che si protendeva, con ciglioni a strapiombo, a ovest della rotabile verso Gondar, e il retrostante “Sperone del km 39”, il più avanzato a sud, dal lato di Dessiè-Debra Tabor. In tal modo il Gruppo Carabinieri, col proprio comando al centro di raccordo degli opposti speroni, aveva un occhio sul fronte principale, a sud, e l’altro su quello di tergo, a nord». Per quattro mesi il contingente oppose resistenza all’avanzata inglese, «traendo dai burroni pesanti tronchi d’albero per rinforzare i ripari, sforacchiando la roccia e realizzando sul costone posti scoglio a feritoie multiple per assicurare continuità di fuoco su tutte le direzioni». I combattimenti ebbero esiti alterni, con posizioni perdute e riconquistate a prezzo di gravi perdite, e con la pressante minaccia del taglio dei rifornimenti per la penetrazione avversaria fra le linee difensive.

L’esito si ebbe fra il 18 e il 21 novembre, quando l’aviazione inglese, con oltre cinquanta velivoli, prese d’assalto gli elementi difensivi del caposaldo: «prima bombardato, poi investito da nord e da sud da non meno di 20mila assalitori, il 1° Gruppo Carabinieri fu infine costretto a cedere, dopo aver lasciato sul campo innumerevoli vittime». Alcuni superstiti si ritirarono a Gondar, contribuendo a un’estrema difesa conclusasi il 27 novembre successivo con la caduta del presidio, che segnò la fine della guerra in Africa Orientale.