I signori Effe...dell’auto

In questi mesi ricorrono due importanti anniversari per la storia dell’automobile: i 150 anni dalla nascita di Henry Ford e i 25 dalla morte di Enzo Ferrari
L’Automotive Hall of Fame, fondata nel 1939, è un’associazione che mette insieme le figure maggiormente distintesi nel campo dell’industria dell’automobile. Tra i molti personaggi eccellenti che ne fanno parte – da Giovanni Agnelli ad André Citroën, da Gottlieb Daimler a Walter Owen Bentley a Giorgetto Giugiaro –, un posto di primo piano lo detengono indubbiamente due nomi che hanno contribuito a fare la storia dell’automobile: Henry Ford (Dearborn, 30 luglio 1863 - Detroit, 7 aprile 1947) ed Enzo Ferrari, nato a Modena il 18 febbraio 1898 e lì morto il 14 agosto 1988. Del primo ricorrono i centocinquanta anni dalla nascita, mentre del patron di Maranello se ne ricordano i venticinque dalla morte.
Una foto di Henry Ford
«C’è una regola per l’industriale e cioè: fai il miglior prodotto possibile al minor costo possibile, pagando i massimi stipendi possibili». Da questo conciso ma illuminante progetto economico proferito da Henry Ford, si capisce come il figlio di un modesto agricoltore di origine irlandese sia riuscito a diventare uno dei più grandi capitani d’industria degli Stati Uniti.

La carriera lavorativa di colui che sarà il re delle automobili inizia nel 1888, a Detroit, dove Ford viene assunto dalla società elettrica di Thomas Alva Edison, il padre della lampadina. Il lavoro quotidiano per Henry è però solo un mezzo per sopravvivere e, appena può, corre nel suo garage per dedicarsi alla costruzione di una macchina con il motore a combustione interna (era stato inventato pochi anni prima da Carl Benz e Gottlieb Daimler). Il primo prototipo di quadriciclo che Ford costruì lo sperimentò di persona, il 4 giugno del 1896.

Lasciato quell’impiego, entra alla Detroit Automobile Company, che lascerà tre anni dopo per fondare la Ford Motor Company, fabbrica nella quale, allo scopo di contenere i prezzi dei beni prodotti attraverso la riduzione dei tempi di lavorazione, verrà introdotta la catena di montaggio. La prima auto ad essere prodotta su grande scala fu la Ford T: semplice, economica, usciva solo di colore nero. L’automobile era conosciuta anche come Tin Lizzie (utilitaria) e Flivver (macinino); ne costruirono ben 15 milioni di esemplari e fu prodotta fino al 1927. È stata una delle macchine che hanno creato la storia del trasporto privato: a conferma di ciò, il fatto che il 18 dicembre del 1999 fu votata “Auto del secolo”, scalando una classifica di settecento candidate.

Il nuovo modello A vide la luce nel 1926 e segnò anche la piena maturità della Ford Motor Company, alla cui guida era nel frattempo subentrato il figlio di Henry, Edsel, che però morì molto giovane, costringendo il vecchio pioniere dell’auto a ritornare alla presidenza.

Nel corso della sua lunga e operosa vita, l’industriale inventò anche la Ford Hemp Body Car, un modello (mai messo in commercio) interamente realizzato in fibre di canapa e alimentato da un carburante che veniva raffinato dai semi della pianta. Unendo la passione per la natura e un indubbio fiuto per gli affari, Ford aveva voluto ad ogni costo che venisse realizzata una vettura “che uscisse dalla terra”. Per attuare questo progetto impegnò il fior fiore dei suoi ingegneri, che nel 1941, dopo dodici anni di ricerche, diedero forma concreta alla più ecologica delle automobili, il cui impatto inquinante era pari a zero. Lui, però, morì sei anni dopo e, nel 1955, la coltivazione della canapa venne proibita negli Usa.

Rivoluzionario Ford lo fu anche nel campo del mercato del lavoro. Nel 1926 introdusse la settimana corta e la conseguente nascita di quello che oggi viene chiamato weekend. Il lavoro nelle sue fabbriche si articolava su cinque giorni, per quaranta ore settimanali complessive. Agli operai veniva data la disponibilità di un tempo libero di cui, nella storia del lavoro industriale, non avevano mai potuto godere. Inoltre, già nel 1914, Ford aveva deciso di pagare i suoi dipendenti più del doppio di quanto fosse il salario di un operaio specializzato. Queste innovazioni non erano però dettate soltanto da filantropia, ma da una incredibile lungimiranza: per vendere più auto non bastavano buoni prodotti a un prezzo ragionevole, era necessaria una nuova classe sociale, quella che verrà poi definita la middle class, che avesse stipendi decenti e disponesse di tempo libero. Un Paese dove la gente guadagnasse poco e non avesse ore per rilassarsi non gli avrebbe permesso di produrre i milioni di automobili che voleva uscissero dalle sue fabbriche. Ford, insomma, non solo creò auto rivoluzionarie, ma anche un mercato pieno di consumatori, che prima di lui non esisteva.
Enzo Ferrari alla guida della sua auto da corsa
Un mercato a cui non avrebbero mai avuto accesso, né allora né oggi, è invece quello che nacque dalla genialità di Enzo Ferrari, il padre dell’auto più ambita e irraggiungibile, sogno proibito di ogni uomo del Pianeta.

«Ho trovato», disse una volta in un’intervista l’imprenditore modenese, «uomini che indubbiamente amavano come me l’automobile. Ma forse non ne ho trovati altri con la mia ostinazione, animati da questa passione dominante nella vita che a me ha tolto il tempo e il gusto per quasi ogni altra cosa. Io non ho alcun diverso interesse dalla macchina da corsa». Il Drake, come venne ben presto ribattezzato Enzo riferendosi a una specie di mostro – di bravura, ovviamente –, nel realizzare imprese straordinarie, o il Commendatore, era nato a Modena nel 1898. Il padre possedeva una officina meccanica che sarebbe dovuta andare al fratello Alfredo, detto Dino: il destino però aveva deciso diversamente e tra il 1915 e il 1916 morirono entrambi, mentre Enzo veniva arruolato nel Regio Esercito, dove rimase pochissimo a causa di una malattia polmonare.

È in quello stesso periodo che colui che fonderà il mito di Maranello inizia a prendere confidenza con le auto, intraprendendo la carriera di pilota. Nel 1923, con l’Alfa Romeo, vince la prima edizione del Gran Premio del Circuito del Savio: in quell’occasione la madre di Francesco Baracca, contessa Paolina Biancoli, gli consegnò il simbolo che l’aviatore portava sulla carlinga, un cavallino rampante, dicendogli: «Lo metta sulle sue macchine... Le porterà fortuna». E infatti, a partire dal 1932, il cavallino apparirà sulla carrozzeria delle vetture prodotte da Ferrari, divenendo il simbolo di un’eccellenza italiana nel mondo.

Destinato alla notorietà in ogni angolo del pianeta, Ferrari è stato un cittadino del mondo, non dimenticando però mai le sue radici. Egli comprese che l’automobile, da semplice oggetto di desiderio per popolazioni che scoprivano la mobilità, avrebbe potuto trasformarsi in oggetto di lusso, se non addirittura in opera d’arte: le sue macchine erano e dovevano essere un perfetto mix di potenza e di stile, una combinazione tra velocità ed eleganza.

Ferrari veniva da una cultura contadina, ma era affascinato dalla tecnologia: coraggioso e spregiudicato quando comprese che come pilota non avrebbe espresso tutto il suo potenziale, divenne prima responsabile di una scuderia e poi imprenditore. Sfidò tanti luoghi comuni e vinse, e la sua straordinaria creatura, con il Cavallino Rampante come simbolo, raggiunse  presto le sembianze del Mito: sia sull’asfalto delle strade, sia nei circuiti della Formula 1, mentre il suo costruttore, nei decenni a venire, rappresentò per molti la reincarnazione dell’eroica figura del Pioniere, un uomo senza paura che marcia verso la conquista di frontiere nuove e spazi inesplorati.