Scrittore e partigiano

Così riportano le biografie, così amava definirsi lui stesso: Beppe Fenoglio, il grande letterato piemontese di cui questo mese ricorre il cinquantenario dalla morte
Beppe Fenoglio in una cascina nel territorio natioLo scorso anno, nella ricorrenza del novantesimo anniversario dalla nascita (era del 1° marzo 1922), nell’introduzione di un volume a lui dedicato, Walter Pedullà scriveva: «Il triangolo del desiderio non sta a cuore che ai drammaturghi da vaudeville e ai romanzieri di genio. Questo giudizio di René Girard sembra adattarsi al caso di Fenoglio, “romanziere di genio” senza alcun dubbio, ma soprattutto incomparabile architetto di complicate geometrie narrative, nelle quali proprio al triangolo viene assegnato un ruolo particolare...».

Per capire l’ossessione geometrica di Fenoglio, ma anche la sintesi letteraria di un immenso autore scomparso troppo presto (morì a Torino il 18 febbraio del 1963, stroncato da un cancro ai polmoni), dobbiamo inquadrare i suoi pochi anni di vita tra la politica, le armi e la letteratura, fondendole in una produzione che ha come costante un unico filo conduttore: la Resistenza.

Nato ad Alba, che delle Langhe viene considerata la capitale, Beppe Fenoglio, figlio di Amilcare, macellaio, e Margherita, donna dal carattere fortissimo, viene cresciuto dai nonni paterni a Monchiero, ad appena un anno di età. Questo abbandono precoce lo segnerà in modo indelebile, spiegandone in parte il carattere chiuso, le difficoltà nel parlare e al contempo l’ambivalente rapporto con la madre, intensissimo ma conflittuale.

Molto attaccato alla sua terra, scorrazzando nelle notti estive sulle colline langarole, l’adolescente Beppe accumula un’immensa quantità di storie, di emozioni, di ricordi che diventeranno poi la base della sua opera narrativa; il resto dell’anno, a scuola, nonostante la persistente difficoltà ad esprimersi, si rivelerà  un ottimo discente, dotato in particolar modo per lo studio delle lingue.

E l’amore per la letteratura inglese diventerà una sorta di desiderio di fuga dalla piattezza della provincia, dal grigiore del regime fascista. Nasce allora quell’anglofilia che ritroveremo in uno dei suoi romanzi più noti, in cui il suo alter ego Johnny parla di tale passione come “desiderio, esigenza di un’Italia diversa e migliore”. Nel 1940 si iscrive alla facoltà di Lettere dell’Università di Torino, che frequenta fino al 1943, quando viene richiamato alle armi e indirizzato prima a Ceva e poi a Pietralata (Roma), al Corso di addestramento per allievi ufficiali. L’8 settembre lo sorprende proprio nella Capitale: anche lui, come tantissimi altri giovani, riesce a tornare a casa, sfuggendo ai tedeschi che hanno ormai occupato l’Italia centro-settentrionale. Un’odissea che racconterà nelle pagine finali di Primavera di bellezza. Dopo qualche mese di tentennamenti e andando contro il volere materno, Beppe raggiunge i partigiani monarchici del maggiore Mauri, per i quali, grazie alla perfetta conoscenza dell’inglese, svolgerà delicati incarichi di collegamento con le missioni militari alleate.

Alla fine della guerra, Fenoglio riprende per breve tempo gli studi universitari e ha una intensa storia d’amore con Margherita: storia che verrà stroncata dalla ricca famiglia di lei. Poco dopo, però, la giovane muore in un incidente stradale. Lui non la dimenticherà mai e la farà rivivere nel bellissimo personaggio di Fulvia di Una questione privata.

Il 1946 è un anno difficile: deciso a dedicarsi a tempo pieno alla scrittura, Fenoglio non vuole trovarsi un lavoro fisso, scatenando un aspro conflitto con la madre. Di queste tensioni parlerà sia la sorella Marisa in un libro autobiografico, sia lo stesso Beppe nelle pagine d’apertura de La paga del sabato. Nel 1947, comunque, accetta di lavorare in un’azienda vinicola di Alba come Direttore commerciale anche se, nel frattempo, Bompiani gli pubblica un racconto e inizia la collaborazione con Einaudi tramite Italo Calvino, suo coetaneo e come lui partigiano.

Nel 1950 Fenoglio conosce Elio Vittorini, che sta preparando per Einaudi una collana nata per accogliere testi di nuovi autori: qui verrà pubblicata, nel 1952, la raccolta I ventitré giorni della città di Alba, libro nel quale lo scrittore viene accusato dal Partito Comunista di denigrare la lotta partigiana, di presentarla in modo offensivo. Fenoglio ne esce profondamente amareggiato.

Nel 1954 esce La malora, con una prefazione velenosa di Vittorini in cui si critica il verismo dell’opera, considerato troppo provinciale. Ancora un’altra cocente delusione per Beppe, che scrivendo a Calvino rivendica il suo impegno: «Scrivo per un’infinità di motivi. Per vocazione, per continuare un rapporto che un avvenimento e le convenzioni della vita hanno reso altrimenti impossibile, anche per giustificare i miei sedici anni di studi non coronati da laurea, anche per spirito agonistico, anche per restituirmi sensazioni passate; per un’infinità di ragioni, insomma. Non certo per divertimento. Ci faccio una fatica nera. La più facile delle mie pagine esce spensierata da una decina di penosi rifacimenti».

E lo dimostra gettandosi a capofitto in una straordinaria avventura letteraria, un’epopea antieroica in cui l’autore proietta tutta la propria esperienza ma che non avrà mai il piacere di vedere in stampa: Il partigiano Johnny,  che uscirà postumo e incompleto nel 1968.

Nel frattempo, i rapporti con la Einaudi e con Vittorini si sono fatti tesi. Fenoglio stringe nuove relazioni con Garzanti, che nell’aprile del 1959 pubblica Primavera di bellezza, rielaborazione parziale di alcune parti della saga del partigiano Johnny.

Nel 1960 si sposa civilmente con Luciana Bombardi, suscitando un grande scandalo. Un anno dopo nasce la figlia Margherita. Nel 1962, mentre si trova in Versilia per ritirare il premio “Alpi Apuane”, viene colpito da un attacco di emottisi. Gli viene diagnosticata una forma di tubercolosi con complicazioni respiratorie. Si trasferisce per un breve periodo in montagna, dove trascorre il tempo leggendo e scrivendo, ma presto, per un aggravamento della malattia, deve essere ricoverato in ospedale: muore la notte del 18 febbraio 1963, alle Molinette di Torino.

Coerentemente con le sue scelte di vita, viene sepolto nel cimitero di Alba con rito civile, senza alcuna cerimonia. Anni prima aveva dichiarato: «A me basterà il mio nome, le due date che sole contano, e la qualifica di scrittore e partigiano».

Sarà il collega e amico Italo Calvino a fare simbolicamente ammenda delle critiche rivolte da sinistra allo scrittore piemontese, riconoscendo in lui il vero, grande, cantore della lotta di liberazione: «Fu il più solitario di tutti che riuscì a fare il romanzo che tutti avevamo sognato, quando nessuno più se l’aspettava... e arrivò a scriverlo e nemmeno a finirlo e morì prima di vederlo pubblicato, nel pieno dei quarant’anni. Il libro che la nostra generazione voleva fare, adesso c’è, e il nostro lavoro ha un coronamento e un senso, e solo ora, grazie a Fenoglio, possiamo dire che una stagione è compiuta, solo ora siamo certi che è veramente esistita...».