Michelangelo, o la via della bellezza

A cinquecento anni dalla scopertura della volta della Cappella Sistina, intervistiamo Antonio Paolucci, Direttore dei Musei Vaticani e custode di una delle opere più amate e celebrate dell’arte mondiale
La 'Sibilla Eritrea', particolare della volta della Cappella SistinaEra nato scultore, Michelangelo, e tale si definiva con orgoglio all’epoca in cui il papa Giulio II, al secolo Giuliano della Rovere, gli affidò l’immane incarico di affrescare la volta della Cappella Sistina. Una commissione che l’artista fiorentino accolse come una punizione, un affronto immeritato: e non solo perché la pittura, come egli stesso si preoccupò di ricordare al Pontefice, non era “sua professione”, ma anche perché il disegno che in quel momento andava accarezzando, e al quale già tanti sforzi aveva dedicato, era un altro: il monumento sepolcrale dello stesso Giulio II, il cui progetto era stato approvato dal papa nel 1505. Seguì il mutato parere del pontefice, l’indignata fuga di Michelangelo da Roma e quindi la riconciliazione, avvenuta solo due anni dopo, quando Michelangelo, pur riluttante, finì per accettare la proposta del papa.

Non più con il suo amato marmo, avrebbe avuto dunque a che fare da quel momento in poi – aveva trentatré anni quando, il 10 maggio del 1508, cominciò a lavorare alla volta – ma con pennelli e colori. Gli stessi colori che tante volte sarebbero colati sul suo viso mentre, in una posizione innaturale che non poche conseguenze avrebbe avuto sulla sua salute, trasformava quel soffitto che Pier Matteo d’Amelia aveva punteggiato di stelle, in una storia di amore e tradimento, elezione e perdizione. La storia della Creazione.

Era il 31 ottobre 1512, vigilia di Ognissanti, quando il risultato di quel corpo a corpo che Michelangelo aveva combattuto per quattro faticosissimi anni con quello che sarebbe divenuto il soffitto più famoso della storia dell’arte fu presentato allo sguardo stupefatto di Giulio II. Al posto del firmamento del pittore umbro, i protagonisti del racconto più incredibile che mai sia stato tramandato, quello della Genesi, attorniati da profeti e veggenti, eroi israeliti e giovani Ignudi destinati a suscitare, come più tardi faranno quelli ritratti nel Giudizio finale, lo sconcerto dei contemporanei e l’ammirazione dei posteri.

«Dal giorno in cui Michelangelo mostrò a Giulio II il frutto del suo lavoro», mi dice Antonio Paolucci, Direttore dei Musei Vaticani e massimo custode di questo e di altri capolavori, «l’arte occidentale non è più stata la stessa. Non a caso l’attuale papa, Benedetto XVI, uomo capace di comprendere fino in fondo il valore anche mediatico dei simboli, ha voluto riproporre, a cinquecento anni da quella data, una cerimonia identica a quella celebrata nel 1512. Ha così onorato l’importante anniversario celebrando, nella Cappella Sistina, quegli stessi Vespri che Giulio II vi aveva officiato cinque secoli fa. Nell’occasione ha voluto evocare nel suo discorso un concetto che gli è particolarmente caro, quello della via pulchritudinis, la “via della bellezza”. Secondo papa Ratzinger, la bellezza può essere uno strumento per arrivare alla fede, un veicolo capace di condurre a Dio. E se questo è vero per l’arte in genere, lo è a maggior ragione per quella di Michelangelo».

Nello stesso discorso, Benedetto XVI ha notato come sia la luce di Dio quella che si irradia dagli affreschi di Michelangelo. Che tipo di religiosità si esprime in quei dipinti?
«Una religiosità certamente tormentata, problematica, come storicamente è stata quella di Michelangelo, grande fedele ma anche uomo di accese passioni, di profondi sentimenti. Non è un’arte consolatoria, pacificante, quella di Michelangelo. Basti pensare alla sua Genesi, al Giudizio Finale cui pose mano ventiquattro anni dopo il completamento della Volta. C’è una straordinaria intensità drammatica, nell’arte del toscano, ed è forse per questo che piace tanto alle donne e agli uomini del nostro tempo, che la sentono vicina alla propria sensibilità. Certamente più di quella di Raffaello, che è l’artista della pace, della serenità, laddove Michelangelo è quello del tormento, del dissidio interiore».

In questo senso si può dire, come lei stesso ha fatto, che Michelangelo abbia “inventato” la figura dell’artista contemporaneo?
«Michelangelo incarna il prototipo dell’artista solitario, misantropo, polemico... Eccezionalità e incontentabilità sono i caratteri distintivi del suo temperamento, del suo stile. Nel dire che Michelangelo è stato il primo artista contemporaneo, intendo affermare che è stato il primo a costruire la sua immagine, a coltivare la propria eccezionalità, ponendosi nella condizione di perenne antagonista nei confronti dei dogmi, delle convenzioni, dei poteri costituiti. Michelangelo era un rivoluzionario, nell’arte, nella vita, nelle posizioni politiche: basti pensare alla sua ostilità verso i Medici, alle sue convinzioni democratiche. Anche per questo fu un uomo privo di amici, incapace di confrontarsi con gli altri. L’unico suo ideale era l’arte, e ad esso si consacrò».

Un uomo profondamente diverso, dicevamo prima, da quel Raffaello che, negli stessi anni in cui Michelangelo affrescava la volta della Sistina, si dedicava agli appartamenti privati di Giulio II...
«Sì, e di tanta diversità erano consapevoli gli stessi pittori, che pur da antagonisti nutrirono profondo rispetto l’uno per l’altro. Raffaello ebbe modo di vedere la volta della Sistina quando era parzialmente finita, e quella vista dovette lasciare un segno indelebile dentro di lui, se è vero che il giovane artista volle rendere omaggio al suo più anziano rivale prestandone le fattezze a uno dei personaggi dipinti nella Scuola di Atene, quello che viene comunemente definito come il “pensatore solitario” (ma qualcuno lo identifica con il filosofo Eraclito), per il suo starsene in disparte, assorto, lo sguardo vagamente corrucciato. Un atteggiamento che ben ricorda quello di Michelangelo».

Una mostra allestita alla Camera dei Deputati (Michelangelo e la Cappella Sistina nei disegni autografi della Casa Buonarroti) ha permesso di mettere a confronto gli affreschi vaticani con i disegni preparatori custoditi da Casa Buonarroti a Firenze. Cosa ci dicono quegli schizzi riguardo al lavoro di Michelangelo?
«È stata una mostra utilissima, quella curata dal museo fiorentino con l’Associazione Metamorfosi, per capire il processo creativo dell’artista. È straordinario come siano sufficienti pochi tratti, parziali ma già splendidi abbozzi di braccia, gambe e volti, per rendere immediatamente l’idea di quale sarà la realizzazione finale. Nei disegni preparatori è contenuta in nuce tutta la complessità degli affreschi finiti, e confrontare gli uni con gli altri ci permette di comprendere come l’idea abbia preso forma, il progetto sia diventato opera».

Un’opera che va salvaguardata da qualunque aggressione esterna, compresa quella delle migliaia di visitatori che ogni giorno accorrono in Vaticano per ammirarli...
«Almeno cinque milioni di visitatori, ogni anno, entrano in questo tempio, con picchi giornalieri che, in qualche caso, superano le ventimila presenze. È evidente che una simile affluenza, con quel che comporta in termini di fattori inquinanti, sbalzi di temperatura e quant’altro, può a lungo termine causare danni irreparabili agli affreschi. Due le soluzioni possibili: la prima è limitare l’affluenza, istituendo una sorta di numero chiuso. Si tratta, però, di un provvedimento difficile da attuare, oltre che ingiusto: la Cappella Sistina è un patrimonio d’arte che appartiene all’umanità, un simbolo non solo religioso che chiunque, venendo a Roma, ha il desiderio e il diritto di ammirare; essa è poi un luogo di culto, teatro di celebrazioni presiedute dal papa, sede del conclave. Per fortuna, però, la tecnologia  ci viene in aiuto: per proteggere gli affreschi – ecco quindi la seconda soluzione – stiamo mettendo a punto un nuovo impianto di climatizzazione che permetterà di abbattere le polveri inquinanti, ricambiare costantemente l’aria e stabilizzare la temperatura. Grazie a questo sistema, che dovrebbe essere in opera entro la fine del prossimo anno, gli Ignudi di Michelangelo potranno continuare a mostrarsi al pubblico senza pudori, né timore di vedere inficiata la loro tormentata bellezza».

Una bellezza di cui dobbiamo ringraziare anche il papa che l’ha fortemente voluta, quello stesso Giulio II cui dobbiamo anche l’apollinea grazia delle Stanze di Raffaello. Oggi esiste ancora un rapporto tra il mondo dell’arte e quello della Chiesa?
«Il dialogo non si è mai interrotto, anche se non si registra la presenza di commissioni rilevanti. È interprete di questo rapporto, attraverso iniziative come mostre ed eventi dedicati all’arte, il cardinal Ravasi, responsabile del Pontificio Consiglio per la Cultura. Iniziative che si scontrano tuttavia con la condizione stessa dell’arte contemporanea, frammentata com’è in una molteplicità di linguaggi. Il Michelangelo di domani, se mai ci sarà, sarà qualcuno in grado di compendiare questi diversi linguaggi e, da una simile Babele, trarre fuori lo stile del futuro».

Cosa deve avere un’opera d’arte per essere quella “lucerna” capace di illuminare il suo secolo come, secondo Vasari, fece la Sistina?
«Perché la sua opera possa illuminare il presente e aprire la strada al domani, un artista deve dimostrare d’aver capito lo spirito del suo tempo, di averne codificato il linguaggio. Che si tratti di un linguaggio poetico, come quello con cui Dante interpretò il Medio Evo, o di uno artistico, come quello usato da Michelangelo e Raffaello per dar voce, ciascuno a suo modo, alle due anime opposte del Rinascimento».